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I Settimana di Avvento – 5 Dicembre 2024


Preghiera

Viviamo in tempi frenetici, ma forse è sempre stato così. Le ore non bastano mai, gli impegni si accavallano, coniugare famiglia e lavoro risulta sempre più difficile. Eppure, le cose importanti hanno bisogno di tempo, spesso si costruiscono pietra su pietra, crescono goccia su goccia e tu puoi solo aspettare che maturino, usando tutta la pazienza che hai.

«Non amo attendere nelle file.

Non amo attendere il mio turno.

Non amo attendere il treno.

Non amo attendere prima di giudicare.

Non amo attendere il momento opportuno.

Non amo attendere un giorno ancora.

Non amo attendere perché non ho tempo e non vivo che nell’istante.
D’altronde tu lo sai bene, tutto è fatto per evitarmi l’attesa:

gli abbonamenti ai mezzi di trasporto e i self-service,

le vendite a credito e i distributori automatici,

le foto a sviluppo istantaneo, i telex e i terminali dei computer,

la televisione e i radiogiornali.

Non ho bisogno di attendere le notizie: sono loro a precedermi.
Ma tu Dio tu hai scelto di farti attendere il tempo di tutto un Avvento.

Perché tu hai fatto dell’attesa lo spazio della conversione,

il faccia a faccia con ciò che è nascosto, l’usura che non si usura.

L’attesa, soltanto l’attesa, l’attesa dell’attesa, l’intimità con l’attesa che è in noi,

perché solo l’attesa desta l’attenzione e solo l’attenzione è capace di amare».

Preghiera Jean Debruyrnne (1925-2006) sacerdote francese morto in Libano, a lungo cappellano delle guide scout transalpine.

Vangelo

In quel tempo, Gesù disse:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

  • I versetti proposti come testo evangelico sono tratti da quella pagina nella quale l’evangelista Luca riporta le parole che Gesù ha rivolto ai discepoli che con lui stavano nel tempio di Gerusalemme. Rispondendo a chi faceva osservare la bellezza e l’imponenza del tempio, Gesù annuncia la sua distruzione. Questa sciagura sarebbe stato il segno che nulla in questo mondo sarebbe durato per sempre. Ci sarà un momento in cui cesserà questo tempo e si dissolverà questo mondo. Quel momento coinciderà con la venuta del Figlio dell’uomo;
  • Gesù recupera dalle pagine dell’Antico Testamento, nella predicazione dei profeti, un’immagine familiare a chi lo ascolta nel tempio. E rivela di essere lui quella figura di “uno simile a un figlio di uomo” che il profeta Daniele aveva visto venire con le nubi del cielo. Una figura alla quale: “furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto”. Un potere tale da permettere al “Figlio dell’uomo” di legare a sé il destino dell’intera umanità;
  • Gesù annuncia di essere lui il “Figlio dell’uomo” e che, mandato da Dio, sarebbe venuto di nuovo alla fine. Gesù chiede ai discepoli di stare preparati. “«Vegliate in ogni momento … perché abbiate la forza di comparire davanti al Figlio dell’uomo»”. I discepoli devono mostrarsi pronti per non lasciarsi sorprendere e travolgere da quanto sarebbe dovuto ancora accadere.
  • Annunciando la distruzione del tempio e la caduta di Gerusalemme, Gesù mostra la caducità dell’esistente. Nulla è destinato a rimanere per sempre. Ci accorgiamo di questo quando, ad esempio, guardiamo alla nostra esperienza di chiesa. Sembra ormai che stia definitivamente dissolvendosi il tessuto ecclesiale nel quale siamo cresciuti. Non ci sono preti sufficienti perché sia assegnato un parroco ad ogni parrocchia. Viene a mancare quello che è stato, per secoli, un collante importante. Una comunità che non è più coesa rischia di assottigliarsi fino anche a scomparire.
  • Gesù chiede ai suoi discepoli di “vegliare”. Così avrebbero dovuto affrontare ciò che sarebbe dovuto ancora accadere. L’invito di Gesù ci spinge a vivere l’attuale momento di crisi, che mette seriamente a rischio la tenuta di un sistema, non assumendo un atteggiamento di passività. Nella Pentecoste del 2023, il Vescovo Corrado così scriveva alla comunità diocesana invitandola a partecipare al lavoro di ridefinizione del suo modo di essere Chiesa:

“È nostro desiderio non subire le circostanze del presente, uscire dal lamento sterile, mettere mano al nostro modo di essere comunità, per un’esperienza più bella e più ricca di Chiesa. Vogliamo accettare senza rimpianti e nostalgie il tempo che Dio ci dona e orientarci con fiducia verso quella conversione pastorale in senso missionario, più volte evocata da Papa Francesco.

Sono sotto gli occhi di tutti le trasformazioni profonde nel vivere e nel sentire delle persone, che coinvolgono anche l’esperienza cristiana: il volto dei paesi e delle nostre città è già cambiato in questi ultimi decenni e cambierà ancora. Tutto questo diventa motivo per domandarci: come possiamo intercettare l’esistenza di tanti uomini e donne, soprattutto delle giovani generazioni? Come evitare il rischio di una pastorale di corto respiro, che non sia semplicemente funzionale alle strutture che abbiamo? Come far sì che il calo crescente delle vocazioni, e quindi dei sacerdoti, non renda il ministero sempre più frammentato ed esteriore? Come valorizzare meglio figure che condividono il loro servizio nelle nostre comunità, come i diaconi permanenti, le persone consacrate, i fedeli laici?

In questo orizzonte il ripensamento delle unità pastorali non sarà solo una questione di revisione dei confini parrocchiali, ma un’occasione provvidenziale per ridisegnare il modo di essere Chiesa oggi e per operare un discernimento pastorale ed ecclesiale, mettendoci in ascolto del vissuto e della storia delle nostre comunità, anche con le loro ferite e attese. Vorrei che fosse chiaro che il cammino che stiamo per avviare non è solo per rispondere a un’emergenza (il calo dei preti, la fatica di tenere attive le strutture, la diminuzione dei fedeli che partecipano alla messa e alla vita delle parrocchie), ma è la via per lasciarci interpellare dal Signore e per scoprire che possono nascere o riprendere respiro aspetti ed esperienze belle per ritrovare il gusto di essere davvero comunità cristiane nell’oggi”.

  • “«Vegliate in ogni momento pregando»”. Gesù chiede ai suoi discepoli di vegliare pregando. La preghiera sembra essere il primo e, forse, l’unico strumento utile ad allontanare la tentazione di subire passivamente le circostanze. Il Vangelo ci chiede di viverle assumendo l’atteggiamento dell’orante. Cosa fa chi prega? Egli sta di fronte alla persona a cui si rivolge. E ci sta riconoscendola come una persona affidabile a cui chiedere sapendo di riuscire ad essere esaudito. Una riflessione interessante sul tempo liturgico dell’Avvento è quella che ha proposto il monaco Goffredo Boselli sul sito della propria comunità:

“«Vegliate in ogni momento!», ci comanda il Signore. L’esatto contrario della vigilanza è la noncuranza. L’Avvento è il tempo dell’uomo e della donna che lottano contro lo spirito della noncuranza che si manifesta in tanti e diversi modi. Si manifesta come indifferenza e insensibilità verso le persone, come superficialità nei rapporti, disinteresse verso le situazioni e i momenti, inconsapevolezza del peso delle parole e dal valore del linguaggio, incuria degli oggetti, trascuratezza dei luoghi. La noncuranza prende la forma della dimenticanza, della mediocrità assunta a canone, della trascuratezza che a lungo andare amareggiano la vita propria e quelle altrui. La negligenza, le piccole e reiterate omissioni poco a poco erodono il desiderio fino ad annientarlo. La noncuranza è di chi ha uno smisurato amore per sé. Esistere solo per sé stessi porta a non vedere l’altro, non riconoscerlo per quello che è, condannarlo all’irrilevanza fino a toglierli la vita senza ucciderlo. Come credente, come posso attendere il Signore se non mi accorgo di chi mi vive accanto?

“State attenti a voi stessi”, ammonisce il Signore, ossia vegliate su voi stessi, “che i vostri cuori non si appesantiscano, in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita”. Il cuore appesantito, la dissipazione e l’ottundimento mentale sono forme di estraniazione dall’altro, di indifferenza, di noncuranza, di disinteresse di tutto e di tutti. Al contrario, vegliare significa opporsi tenacemente all’incuria esercitando il desiderio di vedere volti e ascoltare voci finanche di animali e di cose. Veglia e attende colui che non si stordisce alienandosi dalla realtà ma ha cura e interessamento per tutti e tutto. Aver cura significa riconoscere il valore di ogni singola persona e di ciascuna relazione. Vuol dire riservare grande attenzione alla singola parola, al gesto più semplice e quotidiano, parole e gesti che giorno dopo giorno fanno una vita. Veglia chi dichiara che nulla e nessuno gli è estraneo, e rinuncia a dire: “Non mi interessa”.

“Vegliate in ogni momento!”, ci comanda il Signore. Ma si può anche fingere di vegliare. Simulare la vigilanza è ipocrisia: all’esterno mostrarsi vigilante ma dentro dormire. L’esatto contrario della vigilanza è l’ipocrisia, la falsità, l’insincerità, la finzione e la doppiezza. Colui che veglia è l’opposto dell’ipocrita perché per vegliare occorre essere tutto lì dove si è, senza escludere nulla di sé. L’attitudine interiore della vigilanza domanda l’interezza e non la doppiezza. I comportamenti personali diventano comportamenti sociali e prendono il nome di conformismo, perbenismo, moralismo. Demandare ad altri è l’esatto contrario del vigilare. Non vigilare è delegare invece di assumere in prima persona la responsabilità, la scelta, l’onere. Per essere vigilanti è necessario essere liberi da sé stessi e dal giudizio degli altri. Infatti, l’opposto dell’ipocrisia è la libertà. “Il tuo volto Signore, io cerco, non nascondermi il tuo volto”, come si può pregare dicendo di cercare il volto del Signore quando ci si nasconde il proprio vero volto agli altri?

Per aiutare una risonanza

Cosa fare per evitare di scivolare nell’indifferenza, nell’incuria, nella trascuratezza? Come porre un argine alla mediocrità e all’ipocrisia? Quali attenzioni recuperare perché ciascuno sia riconosciuto e rispettato nella sua originalità? Quali occasioni o spazi si potrebbero creare per permettere a ciascuno di mostrare il proprio valore?

Preghiera

Dal Messale Romano al Lunedì della Prima Settimana di Avvento.

Il tuo aiuto, o Padre,
ci renda perseveranti nel bene
in attesa di Cristo tuo Figlio;
quando egli verrà e busserà alla porta,
ci trovi vigilanti nella preghiera,
operosi nella carità fraterna
ed esultanti nella lode.
Egli è Dio, e vive e regna con te e con lo Spirito Santo

per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Saluto alle comunità 28 Settembre 2024


Carissimi,
sono arrivato percorrendo un tratto della strada che conduce i pellegrini a Roma, alla tomba dell’apostolo Pietro. Non è un caso che le comunità parrocchiali a cui sono stato destinato e quelle che lascio siano collegate dalla stessa strada. Una strada che ha non solo una rilevanza culturale ma anche un valore spirituale.

Non sono arrivato da solo. Mi hanno accompagnato gli amici che ho incontrato nelle comunità di San Carlo Borrome o e di San Pietro Apostolo.

Li ringrazio per la compagnia che, anche in questa occasione, non mi fanno mancare.

Ringrazio il Sindaco del Comune di Valle Salimbene, Matteo Canato, che,
insieme ad alcuni cittadini, mi ha atteso alle porte del paese. Ringrazio pure il Sindaco del Comune di Linarolo, Paolo Fraschini, che mi ha accolto alle porte della chiesa.

Ringrazio, poi, il Vescovo Corrado per aver presieduto questa celebrazione, i miei confratelli sacerdoti e tutte le altre autorità che hanno voluto partecipare al mio ingresso come parroco nelle Parrocchie di San Leonardo e di Sant’Antonio Abate.

Sono arrivato e sono pronto a ripartire.

  • Mi muoverò percorrendo le strade che uniscono le vostre case, i vostri paesi.
  • Mi muoverò per incontrarvi. E lo farò guardando a Gesù che, sulla strada per Sicar, al pozzo di Giacobbe, parlò ad una donna samaritana. E le parlò non come uno che ti svergogna o ti condanna.
  • Mi muoverò guardando a Gesù che, sulla strada per Gerico, alzò lo sguardo per cercare Zaccheo, salito su di un sicomoro. Essere cercati è una grazia. Essere nel desiderio di Qualcuno, di Dio, è grazia delle grazie.
  • Mi muoverò guardando a Gesù che, sulla strada per Emmaus, ascoltò due dei suoi discepoli, stette con loro e accolse la loro amarezza. Non esiste altra dimora che quella di un cuore dove sperare di essere accolti, compresi e consolati.
  • Mi muoverò percorrendo le strade che uniscono le vostre case, i vostri paesi. E facendolo scoprirò quello che sembra non essere immediatamente disponibile alla nostra iniziativa. Mi ha toccato la riflessione che, qualche mese fa, nella chiesa di San Lazzaro, proponeva il filosofo Silvano Petrosino. “L’amicizia autentica … non è il frutto di un atto di volontà e di una decisione, ma è un evento che accade, se accade, e in cui ci si trova coinvolti”. Petrosino distingueva gli eventi dai fatti e poneva l’amicizia (oggetto della sua riflessione) nella categoria degli eventi. “Gli eventi sono tali perché Saluto alle comunità 28 Settembre 2024 non possono essere fatti, perché sfuggono alla nostra decisione, al nostro potere, alla nostra capacità di fare”.
  • Mi muoverò percorrendo le strade che uniscono le vostre case, i vostri paesi e attenderò che maturi il frutto di tanti incontri. “Ci si trova coinvolti in un’amicizia senza averlo deciso, senza sapere bene perché e come, … anche se poi è necessario che essa venga attivamente accolta e non solo passivamente ricevuta. Dell’amicizia, in verità come della vita intera, bisogna prendersi cura, ma una simile cura non crea l’amicizia, non la fa, ma la riconosce e l’accoglie … sempre e solo se lo si desidera”.

Invito me e voi, carissimi, a far crescere il desiderio e a tenere viva l’attesa, per essere pronti ad accogliere quel miracolo che renderà ancora più bello il tratto di strada che percorreremo insieme.

Buon cammino!

Grest 2019

Il GREST di quest’anno ha come titolo BELLA STORIA. Bella storia è l’estate che ci sta davanti, ma, soprattutto, una BELLA STORIA è la nostra vita.

Due estati fa ci siamo scoperti custodi della meravigliosa opera creatrice di Dio che è at-torno a noi ed alla quale anche noi apparteniamo. Ma non ci siamo limitati allo stupore ed alla gratitudine: la scorsa estate ci siamo rimboccati le maniche; abbiamo messo le mani in pasta con il mondo riconoscendoci co-creatori con Dio e capaci di cose molto buone.

Quest’anno, durante il GREST sarà la nostra Bella Storia di bambini, preadolescenti, adolescenti ed adulti, ad andare in scena. Non spaventiamoci però: c’è una buona noti-zia! Non siamo soli: come a Mosè Dio dirà anche a noi sempre “Io sarò con te”.

Durerà tre settimane, con inizio lunedì 17 giugno e conclusione venerdì 5 luglio.

Per chi desidera seguirà una quarta settimana di attività estiva, nella quale si conserve-ranno le uscite in piscina, i momenti di gioco, mentre si introdurranno momenti di dopo-scuola per i compiti delle vacanze.

La struttura di massima è la seguente:

le giornate di lunedì e venerdì si svolgeranno interamente in oratorio secondo l’orario seguente:  

  • 9.15 Preghiera in Chiesa
  • 9.45: Inno, attività varie per gruppi, danze, laboratori
  • 12.30: pranzo al sacco (lunedì pastasciutta, venerdì pizza); tempo libero
  • 14.00: tempo libero organizzato
  • 15.00-15.30: tempo libero
  • 15.30: canti e storia in vista dello spettacolo finale
  • 16.00: preghiera insieme e congedo

Nei giorni di martedì e giovedì si va in piscina. I mercoledì sono da definire come escur sioni. Il pranzo è sempre al sacco. Il costo e le modalità di iscrizione alle eventuali gite saranno comunicati all’atto dell’iscrizione.

Costo dell’iscrizione è  € 15.00 più € 5.00 per la maglietta col logo del Grest .

Costo settimanale € 30.00 comprensivo di ingresso in piscina e pastasciutta del lunedì e pizza del venerdì e bevande. Il costo della gita sarà comunicato a parte.

Iscrizioni entro domenica 2 giugno 2019.

Iscrizione Grest 2019

Iscrizione Grest  2019 – educatori

Grest

PROGRAMMA DELLA 2° SETTIMANA 23-27 giugno

Lunedì

  • Preghiera – Inno
  • 10.00 – 11.00: Laboratorio 1° gruppo – Preparazione della danza dello spettacolo finale.
  • 11.00 – 12.00: Laboratorio 2° gruppo – Preparazione della danza dello spettacolo finale.
  • 12.30: pranzo
  • segue tempo libero in oratorio fino alle ore 14.00: nessuno si ferma nel cortile della casa parrocchiale.
  • 14.00 Canti – Quiz a punteggio
  • 14.30-15.30: gioco insieme
  • 15.30: tempo libero
  • 16.00: Preghiera insieme – Ghiacciolo

 

Martedì:

  • 9.30: Preghiera
  • Piscina
  • Ritorno: ghiacciolo

 

Mercoledì: Uscita

ELEMENTARI

  • 9.30: Preghiera
  • 10.00: Inno in oratorio – Partenza per la Cascina Busto di Ferro Giochi in cortile
  • 12.00: Pranzo
  • 13.30: Spostamento al parco giochi del Ristorane “Amici del Po” Giochi
  • ore 15.30: Gelato
  • ore 16.00: Ritorno in oratorio

MEDIE

  • 9.30: Preghiera
  • 10.00: Inno in Oratorio – Partita di calcio
  • 12.30: Pranzo
  • 14.00: Preparazione spettacolo
  • 16.00: Preghiera insieme – Ghiacciolo

Giovedì

  • Ore 9.00: Partenza in pullman per Milano. Preghiera insieme agli altri ragazzi dei GREST e spostamento poi nel vicino parco acquatico. Ritorno in oratorio per le ore 18.00.
  • Per chi ha dato l’adesione c’è la possibilità di usufruire del pranzo in oratorio alle ore 19.00 (gratuito).

Rivolgo l’invito ai genitori a favorire la partecipazione dei ragazzi e degli adolescenti ai Vespri e alla Processione eucaristica alle ore 20.45.

Venerdi

  • Preghiera – Inno
  • 10.00 – 11.00: Laboratorio 1° gruppo – Preparazione della danza dello spettacolo finale.
  • 11.00 – 12.00: Laboratorio 2° gruppo – Preparazione della danza dello spettacolo finale.
  • 12.00-12.30: tempo libero
  • 12.30: pranzo (pizza)
  • Tempo libero in oratorio fino alle ore 14.00
  • 14.00 Canti – Quiz a punteggio
  • 14.30-15.30: gioco insieme – tempo libero
  • 16.00: Preghiera insieme – Ghiacciolo

 

22 Giugno 2014

Carissimi Parrocchiani,

da qualche tempo a questa parte, ogni qualvolta abbiamo occasione di venire in chiesa, il nostro sguardo è attratto dall’immagine di Maria che abbiamo collocato su una delle colonne del nostro presbiterio.

Si tratta di un’icona raffigurante Maria col Bambino Gesù su uno sfondo tutto dorato. Benedetta durante la Messa solenne dell’ultima domenica di Maggio, ora è esposta alla pubblica venerazione di tutta la comunità.

Ho pensato sul foglio settimanale di concederci una pausa al termine della vicenda di Giuseppe, prima di metterci in ascolto della successiva vicenda che vede Mosè come principale protagonista. In questo intervallo voglio riprendere con voi le riflessioni con cui, nelle sere del mese di maggio, ho cercato di spiegare il significato dell’icona in generale e, in particolare di questa icona raffigurante Maria col Bambino Gesù.

In questa prima riflessione voglio ricordare le due ragioni fondamentali che giustificano, nella tradizione cristiana, l’utilizzo delle immagini sacre.

La prima ragione – è quella fondamentale – affonda le sue radici nel mistero dell’Incarnazione. Dio, l’Invisibile, Colui che è radicalmente diverso da noi, si è degnato di farsi uomo rendendosi così visibile a nostri occhi. Lo afferma solennemente san Giovanni all’inizio del suo Vangelo: “In principio era il Verbo […] e Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi: e noi abbiamo visto la sua gloria”(Gv 1,1.14). Da questo momento nella fede cristiana si è affiancata all’importanza della dimensione uditiva anche quella visiva. In altri termini: mentre prima sostanzialmente il credere dipendeva dall’ascoltare la Parola di Dio, ora, invece, il credere è legato anche alla possibilità di poter vedere grazie a Gesù il volto di Dio. Davvero a noi è stato concesso – come afferma san Pietro nella sua 2° Lettera – di essere “testimoni oculari della sua grandezza” (2 Pt 1, 16).

Questa iniziativa straordinaria con cui Dio si rende visibile ai nostri occhi viene incontro anche al desiderio profondo che ogni uomo porta in sé di poter vedere Dio “a faccia a faccia”. Oggi per il cristiano questo desiderio è diventato ancora più forte: vivendo noi in una società in cui l’immagine ha un posto di primo piano, siamo diventati ancora più sensibili alla dimensione del vedere e questo ha ripercussioni anche sulla nostra fede.

Il fatto che l’icona venga incontro a questa esigenza, costituisce la seconda ragione del suo valore e della sua attualità per noi.

 

Don Luigi Pedrini

 

Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini,

vero pane dei figli: non deve essere gettato.

Con i simboli è annunciato, in Isacco dato a morte,

nell’agnello della Pasqua, nella manna data ai padri.

Buon Pastore vero pane, o Gesù pietà di noi:

nutrici e difendici, portaci ai beni eterni, nella terra dei viventi.

Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra

conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo.

PELLEGRINAGGIO

AL SANTUARIO MADONNA DELLA CORNABUSA

E A PASTURO

 

Sabato 10 maggio 2014

PROGRAMMA

  • Ore 8.30: Partenza per il santuario Madonna della Cornabusa.
  • Ore 10.30: spiegazione del Rettore del Santuario.
  • Ore 11.00: Celebrazione Eucaristica. Pranzo.
  • Nel pomeriggio: a Pasturo visita al Cimitero, al Santuario della Madonna della Cintura.
  • Tempo libero.
  • Ritorno.

Costo: 35,00 (comprensivo del viaggio e del pranzo).

Iscrizione va data entro domenica 4 maggio presso la Sig.ra Mara.

 

OMELIA SAGRA MADONNA DEL ROSARIO

OMELIA SAGRA MADONNA DEL ROSARIO

 2 ottobre 2011

Oggi, prima domenica di ottobre, 27° domenica del tempo fra l’anno, per noi è solennità: ricorre la Sagra della Madonna del Rosario. La Sagra nella vita di una parrocchia è un momento importante: ci aiuta a far memoria del nostro essere comunità di fede, famiglia nel Signore e, quindi, a ritrovare la nostra identità di parrocchia. In secondo luogo, la nostra Sagra, essendo dedicata a Maria come Vergine del Rosario, accresce la nostra devozione verso di Lei e ci stimola a invocarla con il Rosario.

Anche la prima lettura che abbiamo ascoltato era un invito forte a ripensare al nostro essere comunità di fede che appartiene al Signore. Dio si rivolge a Israele, sua comunità di fede chiamandola sua “vigna”, per dire che è il pezzo di terra che Egli ha riservato a sé e che con ogni cura ha lavorato (mi spiegavano tempo fa che tenere una vigna in ordine richiede un lavoro continuato. Io stesso ho visto la fatica che comporta il sottrarre qualche metro quadrato di terra alla montagna per trasformarla in vigna). Dio, infatti, intonando il suo cantico per la vigna ricorda la premura, la presa a cuore con cui si è dedicato alla sua vigna: “Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?”. Ma, poi, il cantico si trasforma in lamento: “Perché mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi?”.

Nel Vangelo Gesù riprende sostanzialmente questo messaggio, aggiungendo, però, un complemento molto importante. Nella prima lettura Dio poneva la domanda. “Potevo fare di più di quello che ho fatto?”, qui nel Vangelo Gesù viene a dirci che Dio ha ritenuto di fare nei nostri confronti un gesto ulteriore di benevolenza. Dopo i profeti da Lui mandati e che noi abbiamo rifiutato, Dio ha voluto tenderci ancora la mano mandando il suo Figlio. Purtroppo, però, neppure questo è valso a smuovere il nostro cuore.

Davanti a queste letture mi veniva spontaneo aprire una domanda sulla nostra comunità. Mi domandavo: e se il Signore ora intonasse il cantico per noi sua vigna come sarebbe? Anche a noi potrebbe ricordare la cura che ci ha usato. Lo testimonia la radicata tradizione di fede che si avverte nella maggior parte delle famiglie. Ma dobbiamo anche chiederci: questa eredità che abbiamo ricevuto come la stiamo valorizzando? Crediamo ancora che questo patrimonio di valori che ha sostenuto prima di noi tante generazioni merita di essere salvaguardato? Sentiamo la responsabilità dover trasmettere questa eredità ai ragazzi, ai giovani, di educarli alla fede così come ci siamo impegnati a fare nel giorno in cui li abbiamo portati in chiesa davanti al Signore chiedendo per loro il battesimo?

Purtroppo, oggi il vento della secolarizzazione che progetta un vivere come se Dio non ci fosse, illudendoci di poter bastare a noi stessi, soffia ovunque e si fa sentire anche nella nostra piccola comunità. Eppure di Dio abbiamo bisogno. Magari, in un primo momento ci sembra di poter vivere anche senza, che le cose funzionino abbastanza bene anche senza di Lui. Ma, poi, ci si accorge che qualcosa manca, che questo mondo da solo è troppo piccolo per la sete di infinito che portiamo in noi.

Nei giorni scorsi il Papa nella sua visita in Germania parlando di Lutero e della sua riforma, ha ricordato che al centro della sua ricerca interiore c’era la questione di Dio: “Come posso credere in Dio e in un Dio misericordioso?”. E confessava la sua meraviglia per questa domanda di Lutero su Dio, perché oggi , anche tra i cristiani, sono pochi quelli che si interrogano seriamente su Dio e si chiedono veramente: “Ma Dio che cosa ha a che fare con la mia vita? E io come mi pongo davanti a Lui?”. Questa domanda che non vuole avere niente di intellettuale, ma vuole essere molto concreta, dovrebbe essere la domanda di ogni cristiano.

Dio che cosa c’entra con la mia vita? Per me ragazzo; per me giovane che mi preparo ad entrare nel cuore della vita; per me che ho una famiglia; per me che svolgo questo lavoro; per me che sono avanti negli anni; per me che sono segnato dalla precarietà della salute; per me che sto attraversando questo momento di prova?

Mettere il Signore al centro della nostra vita oggi richiede il coraggio di andare controcorrente: per questo è necessaria la preghiera. Solo la preghiera permette di sentire che il Signore non ci lascia soli in questo mondo, che possiamo – come diceva san Paolo nella seconda lettura – non angustiarci per nulla e in ogni circostanza fare presente a Dio le nostre richieste.

Nel tenere viva la preghiera valorizziamo – come ci ricorda la nostra Sagra – la bella preghiera del Rosario. “Dal Rosario – ho scritto nel Foglio settimanale – i cristiani di ieri (come quelli di oggi) hanno tratto (e possono trarre) forza per una vita sobria, nella fedeltà che esprime un profondo amore reciproco e una tale dimenticanza di sé in grado di farsi dono a tutti con pazienza nelle avversità”.

Affidiamo tutto questo al Signore per le mani di Maria, come ci esorta san Luigi Grignon de Montfort. Ci aiuti il Signore a calare la fede nella vita concreta di ogni giorno e a testimoniare il coraggio e la speranza che vengono dal Vangelo.

Vivendo così saremo davvero la vigna del Signore.