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14 Ottobre 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 14 Ottobre 2012

Carissimi Parrocchiani,

oggi iniziamo insieme, ufficialmente, nella nostra parrocchia l’Anno della Fede, indetto da Benedetto XVI.
Nella nostra Chiesa campeggerà in fianco all’altare la raffigurazione del ‘logo’ che è stato scelto come simbolo. Vi è raffigurata una barca, immagine della Chiesa, in navigazione sui flutti. L’albero maestro è una croce che issa le vele, che tese dal vento formano il trigramma di Cristo: IHS (sono le iniziali delle parole greche che significano: Gesù Figlio Salvatore). Sullo sfondo delle vele è rappresentato il sole che associato al trigramma, rimanda all’Eucaristia.
Il logo mette cosi in luce la centralità di Gesù, centro dell’universo e della storia e la missione che la Chiesa ha ricevuto di annunciarlo al mondo. La Chiesa è solo una barca esposta ai flutti impetuosi del mare della storia. E, tuttavia, è affidato a lei il compito dell’evangelizzazione del mondo. Nello svolgimento di questa missione ella può contare sulla presenza del Signore Risorto che la mantiene in cammino mediante la forza dello Spirito (è il vento che soffia nelle vele) e la nutre tramite l’Eucaristia.
L’Armo della fede è stato voluto da Benedetto XVI in concomitanza con il 50° Anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano IL Eppure, come ricordava venerdì mattina nell’omelia della Messa di apertura questa iniziativa non è per onorare una ricorrenza, ma perché noi oggi più ancora che cinquantanni fa abbiamo bisogno di ritornare alle sorgenti della fede. “In questi decenni -diceva il Papa – è avanzata la ‘desertificazione’ spirituale”. Tempo fa non sapevamo cosa potesse comportare il vivere in un mondo senza Dio; lo si poteva percepire da “alcune pagine tragiche della storia”, ora, invece – continua il Papa – ” lo vediamo ogni giorno attorno a noi. È il vuoto che si è diffuso”.

Il Papa però aggiunge subito una consolante parola di speranza. Dice:

Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuoi dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada.

Diventare testimoni della vita nuova che nasce dalla fede; diventare una bussola per gli uomini del nostro tempo che a tentoni cercano la strada: sia questo il traguardo verso il quale, con umiltà, con fiducia, con generosità, insieme vogliamo incamminarci.

Don Luigi Pedrini

30 Settembre 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 30 Settembe 2012

Carissimi Parrocchiani,

ci mettiamo, ora, in ascolto del secondo sogno fatto da Giuseppe.

 [9]Egli fece ancora un altro sogno e lo narrò al padre e ai fratelli e disse: <<Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me>>.

[10]Lo narrò dunque al padre e ai fratelli e il padre lo rimproverò e gli disse: <<Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io e tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?>>.

 Questo secondo sogno, a differenza del primo, non è più di carattere agricolo, ma astrologico: si parla del sole, della luna, delle stelle (undici, quanto i fratelli). Il significato che vi è sotteso è, però, simile al primo, così come protesta lo stesso Giacobbe (cfr. v. 10).

Oltretutto, questo sogno rispetto al precedente ha due aggravanti: anzitutto, ha un peso e un’autorità maggiore, per il fatto di chiamare in causa il mondo degli astri ritenuti, allora, direttamente influenti sulle vicende umane; in secondo luogo, è ancora più provocatorio del primo per il fatto che Giuseppe non si limita a raccontarlo ai fratelli, ma lo racconta anche ai genitori, forse non senza una certa autocompiacenza.

Per queste ragioni il racconto suscita immediatamente la reazione di Giacobbe nei confronti di Giuseppe. L’esito finale di questa vicenda è riferito al v. 11:

 [11]I suoi fratelli perciò erano invidiosi di lui, ma suo padre tenne in mente la cosa.

 In famiglia si determinano due comportamenti molto diversi: l’invidia da parte dei fratelli; la custodia nella memoria da parte di Giacobbe.

Giacobbe, pur rimproverando Giuseppe, non gli serba, tuttavia, rancore e accetta di stare a vedere, in attesa di una conferma o di una smentita.

Come sono da interpretare i sogni di Giuseppe? È la domanda che Giacobbe porta nel suo cuore. Sono il frutto della presunzione di un figlio un po’ baldanzoso, inorgoglitosi a motivo della lussuosa tunica che indossa o sono il presagio di un futuro che dovrà realizzarsi?

Così, il versetto finale ci rivela il cruccio interiore di Giacobbe: quello di un padre combattuto tra il timore e la speranza.

 

Don Luigi Pedrini

 

23 Settembre 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 23 Settembe 2012

Carissimi Parrocchiani,

ci mettiamo in ascolto del racconto del primo dei due sogni fatti da Giuseppe.

[5]Ora Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli, che lo odiarono ancor di più. [6]Disse dunque loro: «Ascoltate questo sogno che ho fatto. [7]Noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand’ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni vennero intorno e si prostrarono davanti al mio». [8]Gli dissero i suoi fratelli: «Vorrai forse regnare su di noi o ci vorrai dominare?». Lo odiarono ancora di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole (Gen. 37,5-8)

Questo primo sogno è di carattere agricolo: fa riferimento ad una prassi abbastanza usuale, allora, secondo la quale i covoni si collocavano in piedi, a tre a tre, appoggiati l’uno all’altro, a modo di piramide. Giuseppe vede un covone centrale eretto e undici covoni attorno prostrati (non ‘caduti a terra’) o, meglio ancora, nell’atto di prostrarsi.

L’insinuazione contenuta nel sogno è evidente: va nella linea di una messa in questione dell’uguaglianza tra i fratelli. La questione è delicata, talmente delicata che la Scrittura quando ne parla, la presenta come uno dei cardini fondamentali dell’unità familiare. Va tenuto presente, inoltre, che la Scrittura nel trattare questo tema riferisce il sentire comune di allora. Dunque, non deve accadere che un fratello si imponga sugli altri, mettendo così in questione la fraternità.

Molto significativo in proposito un testo del Deuteronomio. Parlando del re che il popolo dovrà eleggere, raccomanda che sia non uno straniero, ma uno degli israeliti: Costituirai sopra di te come re uno dei tuoi fratelli; non potrai costituire su di te uno straniero che non sia tuo fratello (Dt 17,15). Sono significative le raccomandazioni che il testo da circa il comportamento del re: hi sostanza, chiede al re di non accumulare beni tali da minare l’uguaglianza con i suoi fratelli: Egli non dovrà procurarsi un gran numero di cavalli…; neppure abbia grande quantità di argento e d’oro (Dt 17,16-17). Piuttosto, dovrà preoccuparsi di conoscere e ascoltare la Scrittura: Quando si insidierà sul trono regale, scriverà per suo uso in un libro una copia di questa legge… La terrà presso di sé e la leggerà tutti i giorni della sua vita, per imparare a temere il Signore suo Dio (Dt 17,18-19). Questo farà sì che il suo cuore non si insuperbisca verso i suoi fratelli …(Dt 17,20) e così sarà salvaguardata la fraternità. Dunque, il re deve essere un fratello: solo mantenendosi nell’orizzonte della fraternità potrà svolgere il suo compito nella correttezza e con frutto.

La pretesa insinuata da Giuseppe raccontando il sogno — qui Giuseppe ha peccato un po’ di ingenuità: non è opportuno raccontare sogni del genere a persone direttamente coinvolte e coinvolte in quella maniera — suscita, comprensibilmente, l’indignazione dei fratelli, che si ribellano all’idea di diventare sudditi del fratello minore. Così, dopo il racconto, cresce in loro un senso di avversione verso di lui: Lo odiarono ancora di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole (v. 8).

 Don Luigi Pedrini

16 Settembre 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 16 Settembe 2012

Carissimi Parrocchiani,

entrando nella vicenda di Giuseppe ci imbattiamo nel racconto di due sogni. Sono sogni che impressionano profondamente Giuseppe, tanto che subito ne parla in casa: del primo sogno riferisce ai fratelli, del secondo ai fratelli essendo presente pure il padre.

Bisogna dire fin d’ora che i sogni hanno un’importanza particolare nella vicenda di Giuseppe: sono il motivo conduttore di tutta la storia. Nei capitoli che compongono il ciclo a lui dedicato (i capitoli che vanno dal 37 al 50) sono presentati sei sogni: due sono di Giuseppe; due dei ministri del faraone (il coppiere e il panettiere), mentre si trovano in prigione; due del faraone.

Tutti questi sogni ruotano attorno a Giuseppe: i primi due perché lo vedono direttamente protagonista; gli altri in quanto se ne fa interprete. Da questo punto di vista, la figura di Giuseppe appare molto legata ai sogni; sarà così, molto tempo dopo, anche per l’altro Giuseppe, più famoso, Giuseppe di Nazaret, sposo di Maria e padre putativo di Gesù, la cui vicenda è stata segnata da quattro sogni.

Bisogna ancora osservare, al riguardo, che nella cultura di allora il sogno poteva essere interpretato come vaticinio, cioè come una rivelazione di Dio: così, ad esempio, nei capitoli precedenti (cfr: i cap. 28 e 31), i sogni che Giacobbe riceve in sogno sono interpretati come messaggi divini.

Per quanto riguarda, invece, i due sogni fatti da Giuseppe per il momento non si precisa la portata: non si da alcun giudizio se vengono da Dio o dalla sua fantasia.

Questo particolare rivela fin d’ora una nota di discrezione che è tipica di tutta la vicenda: Dio opera nel nascondimento e, nell’immediato, senza farsi notare; solo alla fine ci si renderà conto che era Lui a guidare la storia.

Riguardo ai sogni, vale la pena ricordare la lezione che qualche secolo più tardi offrirà il libro del Siracide. L’autore, Ben Sira, pur lasciando aperta la possibilità che Dio parli anche attraverso i sogni, invita, però, ad usare molta prudenza nei loro confronti.

[1]Speranze vane e fallaci sono proprie dell’uomo insensato, i sogni danno le ali agli stolti.

[2]Come uno che afferra le ombre e insegue il vento, così chi si appoggia ai sogni.

[3]Questo dopo quello: tale la visione di sogni, di fronte a un volto l’immagine di un volto.

[4]Dall’impuro che cosa potrà uscire di puro? E dal falso che cosa potrà uscire di vero?

[5]Oracoli, auspici e sogni sono cose vane, come vaneggia la niente di una donna in doglie.

[6]Se non sono inviati dall’Altìssimo in una sua visita, non permettere che se ne occupi la tua mente.

[7]I sogni hanno indotto molti in errore, hanno deviato quanti avevano in essi sperato.

[8]Senza menzogna si deve adempiere la legge, la sapienza in bocca verace è perfezione. (Sir. 34,1-8)

  Don Luigi Pedrini

09 Settembre 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 09 Settembe 2012

Carissimi Parrocchiani,

attingo la seconda considerazione che avevo lasciato in sospeso la volta scorsa dal v. 3 del cap. 37. In questo versetto troviamo una sottolineatura importante: Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli. La stessa sottolineatura ricompare subito dopo nel v. 4 per precisare che, proprio in ragione di questo ‘di più’ di amore, i fratelli nutrivano gelosia e invidia verso Giuseppe.

E’ tipico dell’invidia e della gelosia ‘misurare’ l’amore, cioé valutarlo semplicemente in base ad una logica quantitativa, come una questione di più o di meno. In realtà l’amore vero sfugge a questa logica. Caratteristica dell’amore è di amare in modo personale e, proprio perché personale, di amare ciascuno in modo diverso. Dio ama in modo personale e dà a ciascuno l’amore necessario.

S. Ignazio di Loyola, alla fine di una sua bella preghiera che ha inserito nel libro degli Esercizi Spirituali, si esprime così: “Dammi il tuo amore e la tua grazia e mi basta”, volendo dire che quando io so di essere amato dal Signore non manco più di nulla. Cosa importa, allora, se Dio ama in modo diverso il mio fratello, la mia sorella? Io ho l’amore che basta.

Dietro l’invidia e la gelosia si nasconde in fondo una non accettazione dell’amore personale con cui si è amati da Dio, la quale conduce, poi, al calcolo che quantifica l’amore.

Giuseppe è amato in modo diverso da Giacobbe e riceve in famiglia un ‘di più’ di amore perché la vocazione a cui è chiamato necessita di un ‘di più’ di amore. Egli è colui che opererà la riconciliazione di tutti e tre i rapporti compromessi dal peccato (il rapporto con Dio, con i fratelli, con la terra) ed è proprio in vista di questa vocazione che Giuseppe riceve da Giacobbe l’amore necessario per compiere la sua missione.

È avvenuto così anche per Pietro. Egli chiamato a un compito di unità nella Chiesa deve fare l’esperienza di essere amato da Gesù, perché ricco di un ‘di più’ di amore sia in grado di offrire un ‘di più’ di amore a Gesù e ai fratelli: “Mi ami tu più di costoro?… Pasci i miei agnelli” (Gv 21,15ss).

Ognuno riceve da Dio quel ‘di più’ di amore che gli è necessario per realizzare la propria vocazione. E l’amore che Dio ci dà è un amore senza misura. Lo fa notare, non senza meraviglia, san Paolo. Egli, dopo aver considerato il fatto che Dio per amore nostro è stato disposto a ‘perdere’ sulla croce il proprio Figlio, il Figlio amato, fa questa considerazione: “Se Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, davvero grande deve essere il suo amore per noi” (Rm 8,31-39).

In questo modo il Signore ci aiuta a estirpare dal cuore ogni sentimento di gelosia e di invidia per far posto al dono della fraternità. Il fatto che il mio fratello sia amato con un ‘di più’ di amore non deve indurmi a pensare ad una sottrazione d’amore nei miei confronti, ma diventa per me l’occasione per rendermi ancora più consapevole di quel ‘di più’ di amore personale che anch’io ho ricevuto e continuamente ricevo dalle mani del Signore.

Don Luigi Pedrini

 

02 Settembe 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 02 Settembe 2012

Carissimi Parrocchiani,

sostiamo ancora sui versetti già commentati per fare due considerazioni. La prima considerazione ci rimanda al v. 4 del cap. 37: I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente. In questo versetto scopriamo con sorpresa che sono riuniti insieme amore e odio: da una parte, l’amore di Giacobbe; dall’altra, l’odio dei dieci fratelli verso Giuseppe.

Questa singolarità ci conduce ad una constatazione sorprendente: l’amore, paradossalmente, può scatenare l’odio. L’amore che Giuseppe riceve dal padre lo rende odioso agli occhi dei fratelli.

In questo paradosso i commentatori cristiani hanno visto un’anticipazione di Gesù. Infatti, l’incapacità dei fratelli nel parlare amichevolmente a Giuseppe si ritrova anche in Gesù, il figlio prediletto del Padre. Anch’egli odiato e alla fine condannato a morte perché i suoi avversari non accettano di riconoscere in lui il Figlio di Dio, il Figlio prediletto (Mc 14,61-64). Gesù, avendo fatto sempre del bene a tutti, non era reo di alcuna colpa che giustificasse una condanna simile; La sua morte è stata il frutto di una condanna del tutto arbitraria. Gesù stesso ha dichiarato: “Mi hanno odiato senza ragione” (Gv 15,25).

Dunque, sia nella vicenda di Giuseppe, sia nella vicenda di Gesù l’amore, anziché suscitare una risposta d’amore, ha provocato un reazione d’odio. È una stranezza alla quale neanche l’amore di Dio si sottrae. Anzi, questo paradosso si evidenzia ancora di più quando in gioco c’è l’amore di Dio. Mi spiego: l’amore di Dio nei nostri confronti non può che volere per noi il bene, la verità; è un amore che non scende a patti con la menzogna e con il male. Proprio perché non si arrende di fronte al male, ma tutto vuole abbracciare e illuminare, ecco che il male si evidenzia e si ribella. È così che l’amore può condurre all’odio.

In tutto questo mi pare di poter cogliere un insegnamento importante per noi. È illusorio pensare che la testimonianza all’amore che esige la vita cristiana in quanto vita nello spirito di Cristo, che è spirito d’Amore, possa suscitare automaticamente l’amore. Amando si ottiene una risposta d’amore in chi ha un cuore già purificato. Là dove non c’è un cuore limpido, purificato, non si dà immediatamente una risposta d’amore e si rende necessario, in primo luogo, un cammino di purificazione che può passare anche attraverso fasi di ribellione e di odio. L’amore, tuttavia, è capace di vincere tutto questo, facendosene carico e pagando di persona.

I santi confermano tutto questo. Essi, pur testimoniando l’amore verso tutti, hanno incontrato, non di rado e proprio per questo, l’odio del mondo. E, tuttavia, hanno vinto il male, perché l’hanno espiato in se stessi l’hanno vissuto come partecipazione alla croce di Cristo.

Così, la vicenda di Giuseppe ci ricorda che non dobbiamo meravigliarci se nell’amare riceviamo non approvazioni gratificanti, ma critiche e anche opposizioni. La via dell’amore non passa attraverso scorciatoie facili, ma domanda un lungo e paziente cammino di purificazione.

Don Luigi Pedrini

 

26 Agosto 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 26 Agosto 2012

[4]I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente.

 Carissimi Parrocchiani,

ci soffermiamo ora su questo versetto che riferisce la delicata situazione che viene a crearsi tra i figli di Giacobbe.

Stando al testo, la predilezione di Giacobbe per Giuseppe, resa ancora più manifesta dalla veste che gli fa indossare, diventa per gli altri figli qualcosa di irritante e di insopportabile. Ciò che irrita i fratelli non è evidentemente la veste in sé, ma ciò che essa sottintende: la veste lussuosa in fondo incrina l’uguaglianza tra i fratelli e innalza uno al di sopra degli altri.

Il risultato che ne segue è un atteggiamento di avversione: “lo odiavano”. Così traduce la CEI, alludendo al sentimento di rifiuto che i fratelli nutrono verso Giuseppe. L. A. Schokel offre un’altra traduzione (“gettavano odio”), perché secondo lui il verbo allude a qualcosa di più di un semplice sentimento. Propriamente, ad un atteggiamento interiore che è già anticipo di un’azione conseguente. Questo odio è già gravido dei germi del male che, poi, esploderà.

Nel concreto, per ora, questa avversione si esprime all’esterno nella negazione del saluto: negano la “shalom”, la pace. “Non lo salutavano nemmeno”: questo è più precisamente quello che significa l’espressione: non potevano parlargli amichevolmente.

Va tenuto presente che, allora, il saluto aveva una grande importanza e che la negazione poteva significare la rottura della comunione. Da questo punto di vista, il versetto vuole dire che nella casa di Giacobbe si è creata una situazione di divisione, di frattura. È una ferita che si apre e che si approfondirà sempre di più: solo molto tempo, quando avverrà la riconciliazione tra fratelli, essa si rimarginerà.

C’è da dire che il maggior peso di responsabilità di questa situazione cade su Giacobbe che, senza rendersene conto, provoca l’odio degli altri figli nei confronti del figlio prediletto. Tuttavia, chi patisce maggiormente e più immediatamente le conseguenze di questa divisione è Giuseppe. Infatti, i fratelli diventano nemici suoi, non nemici del padre.

Accade spesso che l’odio di chi si sente trattato ingiustamente si diriga non contro chi ha concesso i privilegi ritenuti ingiusti, ma contro chi è stato privilegiato (la vicenda di Caino e Abele lo insegna molto bene).

 

Don Luigi Pedrini

 

 

19 Agosto 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 19 Agosto 2012

Carissimi Parrocchiani,

dopo la pausa dovuta alle ferie estive, riprendiamo le fila del nostro discorso. Ci siamo già soffermati sul v. 2 del capitolo 37 della Genesi che offre un primo spiraglio sulla vita interna della famiglia di Giacobbe; ora, consideriamo i versetti successivi che riferiscono un ulteriore elemento di tensione capace di creare tra i figli di Giacobbe una dolorosa divisione.

 [3]Israele (= è il nuovo nome che Dio ha dato a Giacobbe) amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica dalle lunghe maniche.

 La tensione è generata dal fatto che Giuseppe è tra tutti il figlio più caro a Giacobbe, tanto da essere oggetto di un amore preferenziale da parte del padre.

Compare qui il tema della preferenza paterna che, peraltro, già abbiamo incontrato nei capitoli precedenti: pensiamo ad Abele ‘preferito’ da Dio rispetto a Caino; ad Esaù preferito da Isacco rispetto a Giacobbe. Dunque, qui riappare lo stesso tema: Giacobbe predilige Giuseppe tra tutti i suoi figli.

Il testo spiega anche la ragione: Giuseppe “era il figlio avuto in vecchiaia”. E’ una ragione che ha una sua plausibilità: effettivamente, l’esperienza attesta che il padre ha un rapporto speciale con il bambino che gli viene partorito in un tempo in cui la vita comincia a declinare. Tuttavia, questa spiegazione non soddisfa del tutto. Infatti, si potrebbe obiettare che per sé questo dovrebbe chiamare in causa, a maggior ragione, Beniamino, essendo l’ultimo figlio avuto da Giacobbe.

Il testo precisa, inoltre che l’amore preferenziale del padre si è reso manifesto in una distinzione significativa: mentre il resto dei fratelli indossava abiti da lavoro, Giuseppe indossava una veste con le maniche lunghe che gli arrivavano fino ai polsi e con l’orlo che giungeva fino ai piedi. Stando all’indicazione di alcuni testi biblici – come ad esempio 2 Sam. 13,18 – secondo i quali la veste lunga era l’abito proprio della principessa o comunque di una persona di alto grado, possiamo affermare che Giuseppe vestiva in casa sua come un principe. Dobbiamo aggiungere che questa veste fa qui, per la prima volta, la sua comparsa e svolgerà, all’interno di tutta la vicenda, un ruolo molto importante.

Dunque, Giacobbe fa questo regalo al figlio prediletto, un regalo che, chiaramente, tende a innalzare Giuseppe al di sopra degli altri fratelli, non senza ripercussioni al loro interno, come testimonia il versetto immediatamente successivo.

 [4]I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente.

 Ma su questo versetto rifletteremo la prossima volta.

Don Luigi Pedrini

05 Agosto 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 05 Agosto 2012

Carissimi Parrocchiani,

abbiamo iniziato il mese di agosto, tempo tradizionalmente legato a qualche pausa di riposo che ci concediamo dopo un anno di attività. Ho pensato, allora, di lasciare provvisoriamente il commento alla vicenda di Giuseppe per fare qualche considerazione sul tempo delle ferie.

Ho letto che quest’anno il 50 % degli italiani rinuncerà ad andare in vacanza. Questo è, chiaramente, un sintomo della crisi in atto che si fa sentire pesantemente sul bilancio familiare.

Tuttavia, la rinuncia ad andare via non dovrebbe impedire di concedersi ugualmente un tempo di “vacanza”. Condivido pienamente quanto scrive Gian Domenica Bagatin, psicologo e psicoterapeuta a Trieste: “Vacanza è riposo, silenzio, meditazione. Più che momenti liberi, questi spazi sono un’esperienza in cui ciascuno di noi, nel ritmo frenetico del luogo di lavoro o nel momento del ripetersi dei gesti quotidiani, riesce a trovare il bandolo della propria esistenza, a immaginare e sognare nuovi paesaggi”. La vacanza è, dunque, quel momento che dovrebbe permettere di vivere le azioni quotidiane, spesso ripetitive e talvolta monotone, in modo non concitato e inquinato dalla preoccupazione del “fare”, ma “riposato”, con freschezza e creatività.

È possibile anche rimanendo nel proprio ambiente mettere in atto qualche piccolo accorgimento con cui darsi un altro passo che consenta di vivere il quotidiano in una dimensione più tranquilla, che aiuta a stare meglio con se stessi e, quindi, a capire meglio quello che si sta vivendo. Diceva Hetty Hillesum nel suo diario: “A volte siamo così distratti e sconvolti da ciò che ci capita che poi fatichiamo a ritrovarci. Eppure si deve. Non si può affondare in ciò che ci circonda”.

In questi giorni una persona amica mi ha mandato una riflessione sulle vacanze. Già il titolo è significativo: “Dieci consigli utili per una vacanza da cristiani”: vuole richiamare che anche in vacanza il cristiano porta con sé la sua identità. È tempo di stacco dalla vita usuale, ma non tempo di evasione e di disimpegno in rapporto a ciò che è costitutivo della nostra persona.

Tra questi dieci consigli mi sono ritrovato in particolare nell’invito a concedersi in questo tempo qualche buona lettura, mettendosi in ascolto anche di un libro che edifichi lo spirito; inoltre, l’invito a mettere in programma – se appena possibile – la visita ad una cattedrale o a un santuario; come pure, l’invito a non dimenticare il Signore in questo periodo in cui finalmente cade l’obiezione del “non ho tempo” che qualche volta affiora durante l’anno a motivo delle tante occupazioni. Pure degno di nota è la citazione del consiglio che don Bosco dava ai suoi ragazzi, un consiglio lapidario, ma per questo anche molto incisivo: “Stai allegro, divertiti, ma non peccare!”. E da ultimo ho trovato saggio il consiglio di avere attenzione anche per gli altri, specialmente per chi più ci è vicino. Se è vero che le ferie sono l’occasione per concedersi il meritato riposo, non per questo devono diventare un tempo in cui si pensa solo a se stessi. Ricordava giustamente san Josemaria Escrivà che “la santità e l’autentico desiderio di raggiungerla non si concede né soste, né vacanze”. In questo orizzonte a tutti l’augurio di “Buone Ferie”!

Don Luigi Pedrini

 

29 Luglio 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 29 Luglio 2012

Carissimi Parrocchiani,

prendendo ora in considerazione la seconda parte del v. 2 del capitolo 37 della Genesi possiamo rivolgere un primo sguardo sulla vita interna della famiglia di Giacobbe.

La prima parte del versetto – Giuseppe all’età di diciassette anni pascolava il gregge con i fratelli. Essendo ancora giovane, stava con i figli di Bila e i figli di Zilpa, mogli di suo padre – allude ad un clima di unità e fratellanza che regna tra i figli di Giacobbe. Si ha l’impressione di un quadro di vita pastorale sereno nel quale i fratelli stanno insieme in modo amichevole.

A diciassette anni Giuseppe è un pastorello impegnato nel pascolo del bestiame insieme con i fratelli. Tutti svolgono lo stesso lavoro: sono pastori. Siamo, dunque, di fronte ad un’economia familiare unificata, che viene ad interrompere la differenziazione di mestiere che era presente, invece, nelle famiglie precedenti (cfr: Caino, il cacciatore e Abele, il pastore; Esaù, il cacciatore e Giacobbe, il pastore).

Il versetto riferisce che Giuseppe “stava” con i figli di Bila e di Zilpa. In realtà, sarebbe più corretto tradurre: “Giuseppe aiutava i figli di Bila e di Zilpa”. Infatti, il testo vuole evidenziare che Giuseppe si colloca su un piano di inferiorità rispetto ai fratelli: la sua giovane età fa sì che egli svolga dei compiti secondari. Egli è ancora un apprendista pastore, un ‘aiutante’ (na’ar).

Ma ecco l’ultima parte del versetto 2: Ora Giuseppe riferì al loro padre di chiacchiere maligne su di loro.

Queste parole rivelano un aspetto un po’ singolare della personalità di Giuseppe. Se da una parte è un giovane ancora inesperto, tuttavia, possiede una certa scioltezza o – forse più giustamente – ingenuità nel parlare. Così, diventa un informatore di notizie presso il padre.

Va notato che la traduzione ufficiale della Chiesa italiana (CEI) parla di “chiacchiere maligne su di loro”. Un autorevole commentatore – A. Schokel – preferisce usare l’espressione “cattive informazioni”, precisando che non devono essere intese come diffamazioni e ancor meno come calunnie.

Ad ogni modo, il testo sembra propenso a valutare il parlare di Giuseppe come qualcosa di inopportuno, frutto di ingenuità giovanile, pur essendo un parlare libero da cattive intenzioni. Sta di fatto che questo particolare introduce tra i fratelli un elemento di tensione.

Don Luigi Pedrini