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20 Gennaio 2013

San Leonardo Confessore (Linarolo), 20 Gennaio 2013

Carissimi Parrocchiani,
seguendo l’evolversi dai fatti nella tragica scena del complotto perpetrato dai fratelli ai danni di Giuseppe, arriviamo ora alla terza scena, nella quale il testo riferisce di Giacobbe ingannato dai figli e la situazione di vuoto e di profondo dolore che viene a crearsi in famiglia (vv. 31-36)

[31]Presero allora la tunica di Giuseppe, scannarono un capro e intinsero la tunica nel sangue, [32]Poi mandarono al padre la tunica dalle lunghe maniche e gliela fecero pervenire con queste parole: «L’abbiamo trovata; riscontra se è o no la tunica di tuo figlio».

Dopo aver venduto Giuseppe, resta in mano ai fratelli la tunica che gli avevano strappato di dosso. La intingono nel sangue di un capro e la mandano al padre quale prova tangibile della sua morte. Questo un particolare molto crudo rimanda a un fatto analogo raccontato in precedenza al cap. 27. Si riferisce che Isacco viene ingannato dal figlio Giacobbe e che l’inganno è avvenuto -guarda caso — servendosi di un capretto ucciso di cui Giacobbe si è rivestito per dare l’impressione di essere Esaù. Analogamente, ora, il sangue di un capretto ucciso permette ai figli di ingannare il padre Giacobbe.

[33]Egli la riconobbe e   disse: «£” la tunica di mio figlio! Una bestia feroce l’ha divorato. Giuseppe è stato sbranato».

Giacobbe senza difficoltà riconosce la veste e in buona fede, senza il minimo sospetto sui figli, riconosce che una bestia lo ha sbranato. La diagnosi è errata e, tuttavia, contiene un elemento di verità: Giuseppe è stato davvero sbranato da una bestia feroce, la più feroce, quella dell’odio che, se trova spazio nel cuore umano, può spingere verso i delitti più efferati.

[34]Giacobbe si stracciò le vesti, si pose un cilicio attorno ai fianchi e fece lutto sul figlio per molti giorni. [35]Tutti i suoi figli e le sue figlie vennero a consolarlo, ma égli non volle essere consolato dicendo: «No, io voglio scendere in lutto dal figlio mio nella tomba». Il padre suo lo pianse. [36]Intanto i Madìaniti lo vendettero in Egitto a Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie.

Giacobbe fa il lutto per il figlio e questo lutto dura molti giorni. Non si accenna ad alcun segno di pentimento da parte dei figli; anzi, il testo dice che essi vanno a consolare il padre, il che suona come una presa in giro.
Così si conclude questa vicenda, con un padre che piange di dolore ed è un dolore che accompagnerà tutto il racconto fino alla fine (cfr. cap. 45).

Don Luigi Pedrini

16 Dicembre 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 16 Dicembre 2012

Carissimi Parrocchiani,

concludevo la volta scorsa riferendo la tragica risoluzione presa dai fratelli nei confronti di Giuseppe: metterlo a morte e, poi, giustificare la sua perdita dicendo al padre che una bestia feroce lo ha sbranato.

La decisione di disfarsi di Giuseppe riscuote il consenso di tutti i fratelli; tuttavia, vanno ricordati due interventi – il primo di Ruben, il secondo di Giuda – che, in qualche modo, prendono le distanze da una risoluzione così radicale e tragica. In sostanza, Ruben e Giuda vorrebbero evitare che si ripeti la storia dolorosa di Caino e Abele, drammatico esempio di una fraternità rovinata dall’invidia e dall’odio. Pertanto, questi due fratelli si fanno portavoce di soluzioni alternative.

 [21]Ma Ruben sentì e volle salvarlo dalle loro mani, dicendo: <<Non togliamogli la vita>>.

[22]Poi disse loro: <<Non versate il sangue, gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, ma non colpitelo con la vostra mano>>; egli intendeva salvarlo dalle loro mani e ricondurlo a suo padre.

 Questi versetti riferiscono la prima soluzione offerta da Ruben. Egli, quale primogenito, in qualità di fratello maggiore, si sente responsabile della vita di Giuseppe: toccherà, poi, a lui rendere conto al padre di ciò che gli è accaduto.

La soluzione alternativa che egli propone consente di raggiungere l’obiettivo prefissato – disfarsi di Giuseppe – senza per questo versare, direttamente, il suo sangue. La sua proposta appare buona e viene accolta.

[23]Quando Giuseppe fu arrivato presso i suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica, quella tunica dalle lunghe maniche ch’egli indossava,

[24]poi lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz’acqua.

 C’è da notare il particolare della tunica: togliere di dosso a Giuseppe quella tunica odiosa che lo distingueva dagli altri è la prima cosa che fanno i fratelli. Quindi, dopo averlo afferrato, lo gettano in una cisterna vuota, una di quelle cisterne che serviva per raccogliere l’acqua piovana.

Segue, a questo punto, una precisazione che ha dell’incredibile: Poi sedettero per prendere cibo (v. 25). Il fatto che, dopo aver preso una decisione del genere, si siedano per prendere cibo è qualcosa di raccapricciante e crudele. Sembra quasi insinuare l’idea che i fratelli, essendo riusciti, finalmente, a liberarsi di un peso, ora devono festeggiare.

Don Luigi Pedrini

 

09 Dicembre 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 09 Dicembre 2012

Carissimi Parrocchiani,

abbiamo lasciato Giuseppe in procinto di incontrare i fratelli, dopo una ricerca impegnativa e non priva di difficoltà.

Il testo riferisce che i fratelli lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono contro di lui per farlo morire (v. 18).

Siamo qui alla seconda scena: quella del complotto che va dal versetto 18 al versetto 30. Giuseppe è ancora lontano, ma il clima di gelosia che si è creato, fa maturare nei fratelli il progetto di eliminarlo: Si dissero l’un l’altro: “Eccolo! È arrivato il signore dei sogni! (v. 19).

Come si vede, Giuseppe non viene chiamato con il proprio nome, ma con il titolo di “signore dei sogni”. L’espressione originaria si potrebbe tradurre, anche più semplicemente, “il signor sogno” (così propone A. Schokel). L’intento di questo soprannome canzonatorio è chiaro: si vuole mettere in ridicolo il disagio che si avverte nei confronti di Giuseppe, come per esorcizzare i timori e le paure create dai suoi sogni.

In realtà, alla radice di questo atteggiamento di derisione, c’è tanta paura mascherata; ed è proprio da questa paura che nasce la decisione di uccidere Giuseppe: la sua eliminazione appare ai fratelli come l’unico mezzo per porre fine ai sogni percepiti solo come elemento di disturbo alla fraternità e non come possibile ricchezza e complementarità. La diversità fa loro problema: pensano che tra fratelli debba esserci posto solo per una piatta uniformità.

Al riguardo, viene in mente una considerazione significativa di don Milani, secondo la quale sarebbe giusto trattare tutti allo stesso modo, ma a condizione che fossimo veramente tutti uguali; in realtà, non è così. Noi – egli afferma – “siamo unici, diversi e irrepetibili” e, pertanto, “non c’è maggior ingiustizia di fare parti uguali tra diseguali”.

Così, per Giuseppe, il “signore dei sogni” si prospetta la sorte che, più avanti, sarà riservata ai profeti, a motivo della scomodità dei loro messaggi. I sogni di Giuseppe, come le profezie, sono avvertite come una minaccia per il futuro e, di conseguenza, vanno messe a tacere anche con scelte estreme: Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in una cisterna! Poi diremo: “Una bestia feroce l’ha divorato!” (v. 20).

La decisione assunta dai fratelli prende i contorni di un tragico complotto di morte.

 Don Luigi Pedrini

 

02 Dicembre 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 02 Dicembre 2012

Carissimi Parrocchiani,

stiamo contemplando la prima delle tre scene che compongono la drammatica vicenda del complotto dei fratelli nei confronti di Giuseppe.

Egli, obbedendo alla richiesta del padre, si è incamminato verso Sichem dove essi si trovano con il gregge. Durante il tragitto avviene un fatto singolare.

 (15)Mentre egli si aggirava per la campagna, lo trovò un uomo, che gli domandò: “Che cosa cerchi?”.
(16)Rispose: “Sono in cerca dei miei fratelli. Indicami dove si trovano a pascolare”.
(17)Quell’uomo disse: “Hanno tolto le tende di qui; li ho sentiti dire: “Andiamo a Dotan!””. Allora Giuseppe ripartì in cerca dei suoi fratelli e li trovò a Dotan.

 Dunque, Giuseppe, a un certo punto si ritrova disperso per la campagna, senza intravedere i fratelli. Mentre disorientato girovaga per la campagna, incontra uno sconosciuto che gli chiede: “Che cerchi?” ed egli, prontamente, risponde. “Cerco i miei fratelli”.

È degna di nota questa ricerca di Giuseppe: da una parte, rivela la sua inesperienza; dall’altra, rivela anche la sua fedeltà e il suo coraggio nell’adempiere il compito che si è assunto. Il padre l’ha inviato ai fratelli per informarsi sul loro stato di salute (il termine è shalom: che significa benessere, pace) e, dunque, per una missione di pace; Giuseppe la compie con sollecitudine e perseveranza, senza arrestarsi di fronte alle difficoltà.

Nel testo è ravvisabile una sottile e tragica ironia. Giuseppe sta andando in cerca dei fratelli, ma c’è da chiedersi: fino a che punto sono veramente fratelli quelli che va cercare? Ciò che lo muove è l’ossequio verso il padre e un’intenzione sincera di pace verso i fratelli; in realtà, egli non sa che sta andando incontro alla sua disgrazia.

In ogni caso, è bella la sua dichiarazione: “Cerco i miei fratelli”. Giuseppe è già da questo momento colui che cerca i suoi fratelli: desidera confortarli, portare pace, restituirli al dono della fraternità.

È questa la sua ‘vocazione personale’ che risponde ad un disegno assai più grande di Dio, che va oltre la sua stessa persona e la sua famiglia. Infatti, i figli di Giacobbe nel disegno di Dio sono destinati ad essere i capostipiti delle dodici tribù del popolo di Israele. Pertanto, la posta i gioco è grande: si tratta dei fondamenti del popolo di Israele e perché i figli di Giacobbe possano assolvere questa missione si richiede che esista tra loro una fraternità riconciliata.

Così, dopo un lungo viaggio, finalmente, Giuseppe arriva dai fratelli: li incontra: a Dotan, località che si trova a 35 chilometri da Sichem.

 

Don Luigi Pedrini

 

25 Novembre 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 25 Novembre 2012

Carissimi Parrocchiani,

seguendo l’evolversi dei fatti nella famiglia di Giacobbe, ci imbattiamo, ora, nella tragica vicenda del complotto perpetrato dai fratelli ai danni di Giuseppe.

Per semplicità, possiamo dividere il racconto di questa triste vicenda in tre scene: la prima scena presenta Giuseppe che, obbedendo ad una richiesta del padre, va in cerca dei fratelli (w. 12-17); la seconda scena è costituita dal complotto tramato dai fratelli contro Giuseppe: prima, lo gettano in una cisterna e, poi, lo vendono ad alcuni mercanti diretti in Egitto (w. 18-30); la terza scena riferisce l’inganno del padre e la situazione di vuoto e di profondo dolore che viene a crearsi in famiglia (w. 31-36). Consideriamo, ora, il racconto della prima scena: Giuseppe è inviato ai fratelli (vv 12-17)

(12)I suoi fratelli erano andati a pascolare il gregge del loro padre a Sìchem.  (13)Israele disse a Giuseppe: “Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Vieni, ti voglio mandare da loro”. Gli rispose; “Eccomi!”. (14)Gli disse: “Va’ a vedere come stanno i tuoi fratelli e come sta il bestiame, poi torna a darmi notizie “. Lo fece dunque partire dalla valle di Ehron ed egli arrivò a Sichem. (15)Mentre egli si aggirava per la campagna, lo trovò un uomo, che gli domandò: “Che cosa cerchi?”. (16)Rispose: “Sono in cerca dei miei fratelli. Indicami dove si trovano a pascolare”. (17)Quell’uomo disse: “Hanno tolto le tende di qui; li ho sentiti dire: “Andiamo a Dotan!””. Allora Giuseppe ripartì in cerca dei suoi fratelli e li trovò a Dotan.

Abbiamo già constatato nel racconto precedente il progressivo deteriorarsi dei rapporti tra Giuseppe e i fratelli: i legami di fratellanza appaiono fortemente compromessi.

La scena ci presenta Giuseppe in casa col padre, mentre i fratelli sono lontani con il gregge: si trovano a Sichem per far pascolare il gregge. La distanza tra Ebron (il luogo dove abita la famiglia di Giacobbe) e Sichem è di 80 Km. Questa distanza geografica, non indifferente, è segno della distanza, più radicale, quella interiore che si è creata nei rapporti fraterni. Ormai, manca soltanto l’occasione opportuna perché questa distanza, che è diventata sempre più grande, si manifesti ali’esterno in tutta la sua veemenza.

Questa è, dunque, la situazione: da una parte, i fratelli che sono via con il gregge; dall’altra Giuseppe a casa con Giacobbe per fargli compagnia e anche da messaggero: il fatto di non essere vincolato al gregge gli permette di muoversi con scioltezza e con libertà.

In questa situazione, Giacobbe decide di inviare Giuseppe ai fratelli per avere loro notizie e, forse, anche nella speranza, un po’ ingenua, di poter sanare quella estraneità che si è creata in famiglia: Vieni ti voglio mandare da loro. Giuseppe prontamente accetta: Gli rispose: Eccomi (v.13).

Don Luigi Pedrini

 

18 Novembre 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 18 Novembre 2012

Carissimi Parrocchiani,

ritorno con voi sulla domanda lasciata aperta – chi sono i fratelli alla luce di questi avvenimenti? – e rispondo con le parole del Card. Martini. La sua risposta variegata ci aiuta a non confinare i fratelli di Giuseppe e il loro operato in un passato lontano, ma a vederli come rappresentazione emblematica di comportamenti erronei che ancora oggi possono presentarsi fra noi. Scrive il Card. Martini:

I fratelli di Giuseppe siamo noi che proviamo gelosia e invidia per chi ha più di noi, per chi sembra contare più di noi, per chi ha più potere di noi. […]

I fratelli sono l’umanità che ha paura del piano salvifico di Dio e delle sue parzialità. L’umanità che teme che Dio abbia delle preferenze…

Volendo storicizzare ancora meglio la riflessione, direi che i fratelli sono l’umanità che ha paura di Israele, dei privilegi del popolo ebraico, ed è piena di invidia e di gelosia verso questo popolo. Possibile che sia davvero scelto, eletto da Dio? Un’invidia che ha causato lungo i secoli persecuzioni terribili.

Infine, i fratelli sono la società razionalistica che ha paura della Chiesa, perché ha paura del cosiddetto potere e privilegio ecclesiastico, ha paura che la Chiesa voglia invadere, dominare la classe politica, che voglia costruire un corpo a sé nella società. Il laicismo cova tale sospetto, talora favorito dalle occasioni date da noi cristiani, così come Giuseppe dava occasione al sospetto e usava dei suoi privilegi per lavorare meno. Anche questa paura equivale a non accettare il disegno di Dio, l’elezione di Cristo” (C.M. Martini, Due pellegrini per la giustizia, Casale Monferrato 1992, pp. 78-79).

Concludo, rispondendo ad un’ultima domanda: in questo contesto, chi è il padre Giacobbe? Egli, pur rimproverando Giuseppe per le insinuazioni contenute nel racconto del suo sogno, tuttavia, custodirà nel cuore le parole del figlio, dimostrando, in questo, un profondo rispetto per lui e per il suo futuro destino che potrebbe andare al di là di ogni immaginazione.

Giacobbe, da uomo che ha imparato a scrutare e a discernere pazientemente il disegno di Dio, anche quando il senso dei fatti risultava difficile da decifrare, non giudica, non chiude il discorso, ma preferisce attendere e riflettere. Se il Signore vorrà, farà ‘come’ e ‘quando’ lui sa.

Da questo punto di vista, Giacobbe è testimonianza esemplare dell’atteggiamento tipico del credente che lascia spazio a Dio perché conduca le cose secondo la sua sapienza. Così, ha fatto Maria che custodiva e meditava tutto nel suo cuore (Lc 2,19).

 

Don Luigi Pedrini

11 Novembre 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 11 Novembre 2012

Carissimi Parrocchiani,

dopo aver fatto luce sul personaggio centrale della nostra vicenda, Giuseppe, restano da illuminare le figure dei fratelli e di Giacobbe. Chi sono i fratelli alla luce degli avvenimenti ricordati?

Il testo riferisce espressamente che nei confronti di Giuseppe si assiste ad un crescendo di invidia e di odio da parte dei fratelli. Di questo atteggiamento fornisce anche le ragioni: il fatto che Giuseppe ingenuamente abbia informato il padre circa i loro pettegolezzi (v 2); il fatto che Giuseppe sia oggetto di una particolare predilezione da parte del padre (v 3); infine, l’insinuazione provocatoria contenuta nei sogni di una preminenza su tutti i familiari.

Le parole con cui il testo documenta questo crescendo di invidia e di odio sono forti (4b; 5; 8; 11). Il v 11, in particolare, riconduce l’odio all’invidia. È probabile pensare che san Giovanni Evangelista, quando ha scritto nella sua prima lettera che l’odio ha in sé una carica omicida (Cfr. 1 Gv 3,15), avesse presente insieme alla tragica vicenda di Caino e Abele (un fratello che uccide il fratello), anche quella di Giuseppe e i suoi fratelli.

In effetti, questo odio generato dall’invidia, avrà come esito l’eliminazione di Giuseppe. È vero che i fratelli si tratterranno, sia pur per circostanze abbastanza fortuite, dall’uccidere fisicamente il fratello; tuttavia, raggiungeranno il loro scopo: disfarsi di lui e farlo scomparire – per quanto questo sia una cosa possibile – dalla loro vita.

In questo modo hanno raggiunto ciò che volevano: d’ora in avanti non ci sarà più quel fratello scomodo a turbare l’armonia familiare con le sue ingenuità, con i suoi sogni, con il posto di privilegio che gli viene concesso in casa.

Sullo sfondo dell’eliminazione di Giuseppe da parte dei fratelli si intravede la figura di Giacobbe. Si può dire che alla radice di questa dinamica fratricida c’è l’odio proprio verso il padre colpevole di amare in modo diverso quel figlio. Il male fatto a Giuseppe, ultimamente, ha come obiettivo proprio Giacobbe. Si colpisce il figlio prediletto allo scopo di colpire il padre.

Ritorno alla domanda iniziale: chi sono i fratelli alla luce di questi avvenimenti? C’è una risposta variegata data al riguardo dal Card. Martini e che merita di essere riportata per intero.

Ma la vedremo la prossima volta.

 

Don Luigi Pedrini

 

04 Novembre 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 04 Novembre 2012

Carissimi Parrocchiani,

riprendendo la vicenda di Giuseppe, dobbiamo accennare ad una seconda trappola non meno insidiosa che, dopo i sogni fatti, si è presentata sul suo cammino.

E’ probabile che Giuseppe abbia pensato al futuro di grandi imprese prospettato dai sogni come un traguardo facile da conseguire e senza alcun prezzo da pagare. Questo modo di fantasticare sui sogni è tipico dell’età adolescenziale.

È proprio dell’adolescente fare grandi progetti, senza considerare minimamente il prezzo di fatica che comporta, sfidando le cose con quella disinvoltura che, peraltro, è anche la ricchezza dell’adolescenza: proprio questa disinvoltura nel coinvolgersi in esperienze importanti fa dell’adolescenza la stagione delle grandi idealità.

Dallo stato adolescenziale si esce nel momento in cui ci si rende conto che ogni traguardo serio della vita ha un suo prezzo: la disinvoltura che affretta le scelte cede, allora, il posto ad un atteggiamento di graduale e ponderato discernimento. Questo passaggio segna l’ingresso nell’età adulta.

È, allora, probabile, che Giuseppe, ancora adolescente, abbia abbracciato con piena disponibilità il progetto a cui indirizzavano i sogni e abbia pensato ad un successo facile, in poco tempo, a portata di mano, senza particolari difficoltà. Non sarà così. I sogni si realizzeranno, ma non nel modo in cui Giuseppe pensava e, soprattutto, non senza passare attraverso un lungo e sofferto cammino di purificazione interiore.

Da questo aspetto della vicenda di Giuseppe possiamo trarre un insegnamento anche per noi, in particolare riguardo ai sogni che coltiviamo circa il nostro impegno (di lavoro o di studio), il nostro futuro, la nostra famiglia, la comunità in cui viviamo.

È del tutto legittimo coltivare dei sogni. Anche Gesù ha avuto i suoi sogni: ha desiderato, in particolare, di salvare il mondo e su questo suo sogno il Maligno ha tentato di insinuarsi proponendogli la via facile dl successo e, così, distoglierlo da quella dell’umiliazione e della croce. Gesù ha smascherato la tentazione e l’ha rifiutata: non ha rifiutato il sogno, ma ha rifiutato un modo sbagliato di realizzarlo.

Così, anche per noi: nei nostri sogni dobbiamo distinguere ciò che vale e va tenuto (ossia la verità del sogno) e rifiutare, invece, ciò che è vanità o presunzione.

Nel fare questo lavoro di purificazione possiamo contare sull’illuminazione di Dio: Egli, infatti, nutre il desiderio di fare verità in noi e metterci in sintonia con il vero sogno che lui per primo ha su di noi: “renderci santi e immacolati di fronte a Lui nella carità” (Ef. 1,4).

 

Don Luigi Pedrini

 

28 Ottobre 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 28 Ottobre 2012

Carissimi Parrocchiani,

in questa domenica, 28 ottobre, 11 ragazzi e tre ragazze della nostra parrocchia riceveranno per mano del nostro Vescovo Mons. Giovanni Giudici il sacramento della Confermazione e riceveranno per la prima volta il dono dell’Eucaristia.

È una tappa molto importante della loro vita, una di quelle luci con la quale il Signore rischiara il loro cammino cristiano.

L’augurio che vogliamo fare loro lo possiamo ricavare dal vangelo di questa domenica che racconta di Bartimeo che, guarito dalla cecità, comincia a seguire Gesù per la strada, diventando suo discepolo.

Anche noi auguriamo loro che l’incontro con il Signore attraverso i sacramenti sia davvero trasformante la loro vita come lo è stato per Bartimeo: In Gesù incontriamo il Signore della vita, colui che è sempre capace di rimetterci in piedi, di darci occhi nuovi, di far fiorire in noi nuovamente la speranza, di infondere in noi il coraggio di seguirlo e di testimoniarlo con la vita.

Riporto qui i nomi dei ragazzi e delle ragazze perché abbiamo ad essere loro vicini con la nostra condivisione e la nostra preghiera.

 1. B. Matteo

2. B. Simone

3. C. Jacopo

4. C. Alessandro

5. F. Giovanni Pietro

6. F. Andrea

7. G. Matteo

8. G. Riccardo

9. G. Roberto

10. G. Sofia

11. O. Giusi

12. P. Kevin

13. R. Irene

14. T. Filippo

don Luigi Pedrini

21 Ottobre 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 21 Ottobre 2012

Carissimi Parrocchiani,

 dopo l’interruzione dovuta alla Sagra Parrocchiale e all’apertura dell’Anno della Fede, riprendiamo il filo della nostra riflessione. Prima, però, di metterci in ascolto della vicenda che è seguita al racconto dei due sogni, propongo una pausa riflessiva per far meglio luce sui personaggi implicati in questa scena biblica.

 Il primo personaggio sul quale ci fermiamo è Giuseppe e ci chiediamo: chi è Giuseppe in questo momento?

La vicenda dei sogni rende manifesta in lui una buona dose di ingenuità. La sua inesperienza di vita lo porta a non prendere sul serio i sentimenti di gelosia che serpeggiavano tra i fratelli, a passarvi sopra sbrigativamente senza considerare che essi, se non sono tenuti a freno, possono portare ad una lacerazione del tessuto familiare.

Pure segno di ingenuità è il fatto che Giuseppe non si renda conto del fastidio interiore che crea nei fratelli raccontando i sogni; la stessa cosa vale per il racconto del secondo sogno riferito, senza alcuna remora, ai genitori alla presenza di tutti i fratelli.

In sostanza, possiamo dire che Giuseppe è in questo momento ancora lontano da quella semplicità unita a prudenza, di cui parla Gesù nel vangelo.

Possiamo illuminare ulteriormente la figura di Giuseppe, cercando di entrare nella sua interiorità e renderci conto di che cosa poteva fantasticare dentro di sé a partire dai sogni fatti.

Forse, la prima trappola della fantasia in cui egli è caduto è stata quella di pensare ad una carriera di onori, che lo avrebbe portato molto in alto, al di sopra di tutti i fratelli. E’ vero che a ostacolare una prospettiva del genere c’era il fatto che egli non era il primogenito e che, pertanto, non aveva il diritto di esercitare il ruolo di guida in mezzo ai fratelli. È vero, tuttavia, che già c’erano dei precedenti in cui il diritto di primogenitura non era stato rispettato: così, Isacco aveva prevalso su Ismaele; ugualmente, Giacobbe su Esaù.

Di conseguenza, è probabile che Giuseppe abbia pensato: perché questo non potrebbe accadere anche per me? Non dovrò svolgere una missione importante a favore della mia famiglia ?

Questi potevano essere i pensieri che si insinuavano in lui a motivo dei sogni. Ed è del tutto comprensibile. Il problema è che questi pensieri, se non vengono assunti all’interno di un processo di purificazione, diventano deleteri e finiscono per incrinare l’armonia familiare. La sete di carriera – attesta l’esperienza – è la sorgente più prolifica di tanti falsi sogni e, alla fine, porta a guardare i fratelli non più come fratelli, ma come avversari su cui prevalere.

Questa è la prima trappola che ha insidiato Giuseppe.

don Luigi Pedrini