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III Settimana di Quaresima 2025

Con quanta cura, Signore,

ti occupi e preoccupi della nostra vita;

quanta premura si respira da ogni tuo gesto e parola;

quanta tenera pazienza usi per rendere feconda la nostra vita,

per seminare in noi amore vero

per dissodare le zolle dure del nostro cuore,

per sciogliere ogni resistenza che ci impedisce di portare frutti buoni.

Non come un padrone prepotente

ma come un contadino premuroso ti avvicini a noi:

insegnaci, Signore, a lasciarci toccare da te e trasformare dal tuo amore,

accarezza la nostra sterilità, piegati sul nostro peccato

e riaprici con la tua misericordia alla pienezza della vita. Amen.

Vangelo

Lc 13, 1-9

In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

  • «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo»”. Ci sono stati proposti come testo evangelico i versetti che chiudono un lungo discorso. Discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli e che si apre con un’esortazione alla vigilanza e si chiude con un invito pressante alla conversione. Gesù aveva chiesto ai suoi discepoli di liberarsi di una eccessiva preoccupazione per la vita e per i suoi bisogni concreti. “«Chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?»”. Gesù aveva chiesto che, liberi da ogni preoccupazione, i suoi discepoli fossero preparati ad entrare in un altro tempo che sarebbe stato quello definitivo. “«Tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo»”.
  • Davanti alla possibilità di perdere la vita perché schiavi del proprio peccato, si fa urgente la richiesta di Gesù della conversione. I caduti nel tempio per mano di Pilato o i morti schiacciati dal crollo di una torre a Gerusalemme non sono stati puniti perché più colpevoli di altri. Dietro a questi eventi non ci sta un Dio castigatore. Quelle uccisioni e quelle morti sono il segno di un’altra morte possibile. Oltre la morte biologica, che ci può sempre sorprendere, ce n’è un’altra spirituale che è conseguenza dal male che scegliamo di compiere nella nostra vita. Occorre, dunque, vigilare perché questa possibilità non ci conduca alla perdizione eterna.
  • L’evangelista Luca colloca in questa pagina una parabola: la storia di un fico sterile. Sono tre anni -racconta Gesù- che il padrone del podere dove è piantato questo albero viene inutilmente a cercare i frutti. “«Taglialo, dunque! -dice al suo contadino- Perché deve sfruttare il terreno?»”. La parabola si conclude con il contadino che ottiene dal padrone un altro anno ancora per zappare e concimare il terreno attorno al fico. Il punto centrale della parabola non è tanto il lavoro del contadino quanto, piuttosto, la possibilità riconosciuta al fico sterile.
  • Viviamo un momento di grande aridità. Un segnale è l’assottigliarsi del numero di fedeli che vivono nell’ordinarietà l’esperienza ecclesiale. Desta grande preoccupazione l’assenza, soprattutto, delle nuove generazioni. Come arginare il calo, ormai evidente, della frequenza alla liturgia domenicale? Come recuperare il calo progressivo nei giovani delle vocazioni al ministero ordinato e alla vita religiosa? Domande che aprono questioni molto complicate e alle quali non riusciamo ancora a dare delle risposte compiute. Alcuni passaggi di una riflessione più ampia del vescovo emerito di Bruxelles-Malines ci aiutano a comprendere come vivere in una stagione di apparente sterilità e ci aprono al senso dello stare dentro un mondo, profondamente cambiato, mostrando una propria vitalità. Davanti ad evidenti fatiche, -afferma Jozef De Kesel- la Chiesa non può ritirarsi chiudendosi in sé stessa perché perderebbe la sua ragion d’essere.

“La Chiesa non esiste per sé. … Una Chiesa che si chiude in sé stessa si snatura e perde la sua ragion d’essere. … Una Chiesa che non attrae più, nuovi membri, è una Chiesa che si ritira all’interno. Se agisce così prova a fare solo una cosa, sopravvivere e salvare sé stessa.

La vera domanda da porsi non è tanto se la Chiesa sia in grado di mantenere l’attuale numero di membri, anche se questo rimane una preoccupazione reale. La vera domanda è se può attrarre nuovi membri. È da questo che si riconosce la vitalità di una Chiesa: non tanto dal numero di membri che ancora raggiunge, ma dal fatto che qualcuno, pienamente integrato nella cultura secolarizzata di oggi, possa essere toccato dalla verità, la forza e la bellezza del Vangelo. Questa vitalità si riconosce dal modo in cui il Vangelo … riesce a indicare la via per una vita felice, buona e umana.

La Chiesa è missione. È questo il senso della sua esistenza. … Missione non significa necessariamente cristianizzazione della società. La missione non può essere confusa con la restaurazione di una civiltà cristiana omogenea. La Chiesa non è chiamata a inglobare gradualmente il mondo e accogliere nel suo seno l’intera società. … La Chiesa è chiamata a essere nel mondo un segno dell’amore di Dio in parole e azioni.

Non possiamo condannare questa società moderna perché non è più cristiana. Dobbiamo accettarne la laicità e la pluralità senza storcere il naso. Questo non significa che dobbiamo assimilare e sottoscrivere tutto quello che questa cultura secolare offre. Noi però siamo cittadini di questa cultura e ne facciamo parte. Siamo figli di questo tempo e non di una cultura del passato; condividiamo le grandi domande e le sfide di un mondo che è anche nostro. Di conseguenza non possiamo ritirarci dalla vita in società e costruire un mondo a parte. Diciamo no a una Chiesa chiusa e ripiegata su sé stessa … no a un cristianesimo estraneo al mondo! La nostra deve essere una Chiesa presente nella società. … Dobbiamo essere presenti a modo nostro. Questo significa, concretamente, facendo ciò a cui siamo chiamati: cercare Dio, ascoltare la sua Parola, rispondergli con la preghiera e la liturgia, il ringraziamento e la lode; vivere nell’amore fraterno e nella solidarietà con chi, in un modo o nell’altro, è nel bisogno.

La Chiesa è un luogo dove l’amore di Dio è accolto e condiviso. La gente può passarle accanto e restare indifferente, oppure rimanere colpita e sentirsi interpellata da quello che sente e vede. Avviene tutto in totale libertà. Solo così Dio può trovare ciò che cerca sin dall’inizio e gli sta più a cuore: che la sua creatura lo conosca, lo ami e condivida con lui la sua vita.

Se voglio far conoscere il Vangelo a qualcuno, posso farlo solo se lo incontro. Dev’essere un incontro degno di questo nome, in cui incontro l’altro come altro, lo riconosco e lo apprezzo nella sua differenza. Questo è possibile solo se nella mia testa non elaboro piani “per fargli cambiare idea”. Se voglio incontrare un altro credente (o un non credente), non lo faccio per convertirlo. Non lo incontro con secondi fini o programmi nascosti, ma innanzitutto perché sono interessato all’altro. … L’incontro non si realizza mai se ci sono secondi fini. Un incontro non trova il suo significato in funzione di qualcosa d’altro, ma ha in sé il suo senso. Non ho nulla da vendere. È l’amicizia che evangelizza. Tuttavia, può succedere, e capita, che l’altro sia toccato da quello che dico o faccio e allora il suo cuore può aprirsi. È un miracolo sotto ogni punto di vista, ed è opera della grazia di Dio”.

(Jozef De Kesel, Cristiani in un mondo che non lo è più, Città del Vaticano 2024)

  • Il contadino ha a disposizione ancora del tempo per lavorare il terreno attorno al fico sterile. Egli si impegna a zappare e concimare il terreno perché da esso l’albero possa ricavare l’alimento che gli è necessario per vivere e portare frutto. È un impegno che il contadino affronta volentieri in attesa di consegnare al proprio padrone del buon frutto. Riconosciamo di avere una responsabilità come comunità ecclesiale. Il nostro impegno consiste nell’offrire una “vicinanza” e nel favorire un “incontro”. Questo è il modo per stare, non da estranei, in questo mondo. Come il contadino, dopo aver lavorato, si mette in attesa del frutto così anche noi, dopo esserci impegnati a offrire possibilità di “incontro”, lasciamo che un’occasionale “vicinanza” possa trasformarsi in un’autentica amicizia. Silvano Petrosino, filosofo e professore ordinario presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, riconosce che ci sono esperienze importanti nella vita che sfuggono alla decisione dell’uomo e alla sua capacità di fare. Queste esperienze sono “doni” che si possono soltanto riconoscere e accogliere.

“Io credo che l’amicizia esista, che l’uomo nel corso della propria vita possa incontrare un amico, un vero amico, possa accogliere un dono e fare l’esperienza dell’amore; al tempo stesso non credo che tali possibilità si incontrino “girando l’angolo”: sono infatti eventi preziosi che nella vita di un uomo non raramente s’incontrano solo qualche volta, quasi fossero delle magnifiche eccezioni in grado di illuminare con una luce diversa e inaspettata la nostra opaca quotidianità.

Si parla dell’amicizia soprattutto, ma non solo nei social, come di una “cosa” che si chiede, che si dà o si nega, confondendo in tal modo l’amico con il conoscente, magari anche simpatico e spiritoso, o carino come oggi si usa spesso dire, con il quale ci si scambia selfie in rete o si passa il tempo al bar parlando di calcio e di motori.

L’amicizia autentica non è una “cosa”, non è un oggetto di cui si possa disporre, non è il frutto di un atto di volontà e di una decisione, ma è un evento che accade, se accade, e in cui ci si trova coinvolti, un evento, e non un fatto, che attende di essere riconosciuto e apprezzato in quanto tale. In tal senso essa è una sorta … di zona franca in cui ci si trova e in cui … è possibile vivere senza dover attaccare e senza doversi continuamente difendere.

La vita dell’uomo è ricca di “fatti”; egli, per fortuna, non si limita a subire ciò che capita ma interviene sulla vita, decidendo e soprattutto facendo questo e non quello. … Al tempo stesso l’uomo è continuamente coinvolto in realtà che sfuggono alla sua decisione e alla sua iniziativa, e che purtuttavia si rivelano essenziali per la sua esperienza. Mi permetto di accennare al fenomeno dello stupore: nessuno può seriamente decidersi di stupirsi, può accadere di stupirsi ma lo stupore non è mai il frutto di una decisione. … Si può affermare lo stesso dell’innamoramento; si può decidere di “fare un acquisto”, di “fare un regalo”, di “fare un viaggio”, ma non si può seriamente decidere di innamorarsi. Lo stupore e l’innamoramento sono eventi e non fatti, e sono tali proprio perché non possono essere fatti, perché sfuggono alla nostra decisione e al nostro potere, alla nostra capacità di fare. Oggi si parla spesso di “organizzare un evento”, … ma questo è un modo scorretto di esprimersi; in verità si può organizzare un certo incontro ma si può solo sperare ch’esso diventi e si riveli un evento. Quest’ultimo, infatti, è proprio ciò che non può essere organizzato, non può essere progettato, non può essere programmato ma, per l’appunto, solo atteso e sperato.

Nel sostenere che l’autentica amicizia è un evento che non può essere “fatto” intendo evidenziare il suo sottrarsi alla presa del soggetto, la sua eccezione/eccedenza rispetto alla decisione e alla volontà del soggetto; essa può essere sperata ma non esatta, può essere offerta ma non imposta, può essere attesa ma non richiesta. Come già osservavo rispetto all’uso del termine all’interno soprattutto del mondo social, questo tipo di amicizia non può essere oggetto di alcuno “scambio”, appartenendo piuttosto all’ordine del “dono”. Ribadito questo, bisogna però anche riconoscere ch’essa non nasce già tutta formata, all’improvviso, magicamente, e soprattutto che non dura senza il personale contributo dei soggetti in essa coinvolti. Tuttavia, ancora una volta, un simile contributo non è interpretabile solo in termini di sapere, volontà e decisione; in un certo senso ci si trova coinvolti in un’amicizia senza averlo deciso, senza sapere bene perché e per come, perché ora e non allora, perché con lui o con lei e non con l’altro e con l’altra, anche se poi, affinché duri e si approfondisca, è necessario ch’essa venga attivamente accolta e non solo passivamente ricevuta. Dell’amicizia, in verità come della vita intera, bisogna prendersi cura, ma una simile cura non “crea” l’amicizia, non la “fa”, ma la riconosce e l’accoglie evidentemente sempre e solo se lo si desidera. È un altro aspetto fondamentale di questa sorprendente esperienza: ci si trova in un’amicizia, ci si accorge come in ritardo -ecco la sorpresa- che un’occasionale vicinanza si è trasformata con il tempo in un’autentica amicizia, ed è per questa ragione ch’essa è “tesoro”, ch’essa appare come “tesoro”, e un tesoro” lo si trova e non lo si fa, lo si trova come un dono inaspettato che d’altra parte, proprio in quanto tesoro/dono, attende di essere riconosciuto e attivamente accolto.

(Silvano Petrosino, L’amicizia, Aprile 2023)

Sentiamo di essere tutti chiamati alla missione? Crediamo che questa responsabilità non sia una prerogativa soltanto clericale? Siamo disposti ad affrontare un nuovo impegno liberandoci dalla volontà di una restaurazione del passato? Quali potrebbero essere per una parrocchia occasioni di incontro? Cosa potrebbe favorire e cosa ostacolare queste occasioni? Siamo disposti a riconoscere ad ogni occasione un tempo successivo di maturazione e di sviluppo?

Dal Messale Romano alla Terza Domenica di Quaresima.

O Dio dei nostri padri,
che ascolti il grido degli oppressi,
concedi ai tuoi fedeli
di riconoscere nelle vicende della storia
il tuo invito alla conversione,
per aderire sempre più saldamente a Cristo,
roccia della nostra salvezza.
Egli è Dio, e vive e regna con te,

nell’unità dello Spirito Santo,

per tutti i secoli dei secoli. Amen.

II Settimana di Quaresima 2025

Signore Gesù,
nell’esperienza della Trasfigurazione,
hai rivelato la tua gloria
e hai confortato i tuoi discepoli
nel cammino verso la Croce.
Guidaci anche noi lungo il sentiero
della conversione e della fede.

Spirito Santo,
scendi su di noi come una nube luminosa,
illuminaci con la tua saggezza
e infiamma i nostri cuori con il tuo amore.
Aiutaci a comprendere il mistero della Croce
e ad abbracciare la tua volontà con fiducia e speranza.

Padre misericordioso,
nel silenzio dei nostri monti interiori,
fa’ risuonare la tua voce dolce e potente,
che ci chiama ad essere testimoni della tua gloria
in mezzo alle sfide e alle difficoltà della vita.

Fa’ che, come Pietro, Giovanni e Giacomo,
possiamo rispondere con generosità e fedeltà
al tuo invito ad ascoltare Gesù,
il Figlio prediletto, il nostro Salvatore e Maestro. Amen.

Lc 9, 28b-36

Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.

Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.

Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

  • In questa seconda Domenica di Quaresima ci è stato proposto come testo evangelico un brano tratto dal capitolo nono del Vangelo di Luca. L’evangelista racconta di un fatto straordinario accaduto sulla montagna dove Gesù era salito insieme a Pietro, Giovanni e Giacomo. Un avvenimento che accade “circa otto giorni dopo -precisa l’evangelista- questi discorsi”. A quali discorsi si riferisce? Gesù aveva parlato con i suoi discepoli di quello che sarebbe dovuto accadere. Egli aveva annunciato che: “il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno”. Gesù aveva annunciato la sua passione, la sua morte in croce e la sua resurrezione. Annuncio che i discepoli non accolgono perché non lo comprendono. Annuncio a cui Gesù aveva fatto seguire la richiesta che anche i suoi discepoli affrontassero il cammino che, attraversando la sofferenza e la morte, conduceva alla resurrezione: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”.
  • L’evangelista Luca racconta che Pietro, Giovanni e Giacomo si assopiscono attendendo che Gesù concludesse la sua preghiera. I tre discepoli non si accorgono che “mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”. Essi non assistono al momento della sua trasfigurazione. “Ma -precisa l’evangelista- quando si svegliarono videro la sua gloria”. Cos’è questa “gloria”? A cosa fa riferimento l’evangelista? Con il termine “gloria”, Luca si riferisce a quella condizione che Gesù ottenne con la sua resurrezione e che Dio gli riservò dopo averlo risvegliato dalla morte. Una condizione che Pietro rivelerà annunciando la resurrezione di Gesù a quelli che si erano radunati davanti alla casa dove stava lui e gli altri discepoli il giorno di Pentecoste. “Sappia -diceva- con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”.
  • L’evangelista Luca racconta che, sulla montagna, “venne una nube … e dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!»”. Non è la prima volta che l’evangelista Luca registra il fatto di una voce proveniente dal cielo. Una voce che riconosciamo essere quella di Dio. Una voce “venne dal cielo” il giorno nel quale Gesù, al Giordano, -racconta l’evangelista- “ricevutoanche lui il battesimo, stava in preghiera”. Solo Gesù sente rivolgersi questa parola: “«Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento»”. Ora questa parola è rivolta ai tre discepoli che sono sulla montagna insieme al loro Maestro. Dio Padre presenta Gesù come il proprio Figlio e lo offre ai tre discepoli invitandoli ad ascoltarlo.
  • Soltanto a Pietro, Giovanni e Giacomo è concesso di assistere alla straordinaria rivelazione che avviene sulla montagna. Essa è riservata soltanto ad alcuni. Solo a loro è data una anticipazione di ciò che avrebbero visto il giorno nel quale avrebbero incontrato il loro Maestro Risorto. Solo a loro è dato di ricevere dal cielo quella Parola che svela quello che rimane nascosto a tanti. L’esperienza straordinaria vissuta sulla montagna è per quegli uomini che un giorno edificheranno la Chiesa: il popolo che si è formato attorno a Gesù Risorto e che lo ha accolto come un dono venuto dal cielo. C’è una singolarità della Chiesa che deve essere compresa bene! Se colta nel suo vero significato, questa qualità ci aiuta a trovare la giusta collocazione della Chiesa in un mondo che mostra di esserle estraneo.

“Perché la Chiesa? … La ragione della sua esistenza deve essere cercata in Dio. … La Chiesa trova la sua origine nel desiderio di Dio. … Ovviamente non sappiamo tutto di Dio e di ciò che vuole. Dio è e rimane un mistero che va al di là di qualsiasi cosa possiamo immaginare o pensare. Dio “abita una luce inaccessibile” (1Tm. 6,16). … La Scrittura ci dice che Dio si è fatto conoscere, che si è rivelato. Ha rotto il silenzio e messo fine alla “luce inaccessibile”. Non per comunicarci una dottrina qualsiasi o una conoscenza segreta, ma per dirci quanto la sua creazione gli stia a cuore e quanto ci ami. … Questo è il grande desiderio di Dio: essere con noi, essere riconosciuto, accolto e amato dagli uomini. …

Colpisce che la Bibbia non cominci con la storia del Popolo di Dio o la fondazione della Chiesa. La Bibbia inizia con la creazione del mondo. … Sembra che Dio non sia interessato innanzitutto al suo Popolo o alla sua Chiesa. Fin dall’inizio il suo orizzonte, che rimarrà il suo obiettivo sino alla fine, è la creazione, il mondo, l’umanità. Alla fine, quando tutto sarà compiuto, non sarà la Chiesa a salvarsi, ma la creazione. Quello che gli interessa davvero non è tanto che nella società ci sia posto per la religione, in questo caso per l’unica vera. Il desiderio di Dio è che gli uomini vivano, nel pieno senso della parola, e che la sua creazione possa realizzarsi pienamente. … È questo lo scopo di Dio. Se ha creato il mondo e ci ha chiamato all’esistenza, è per amore. … Dio non vuole solo amare, vuole anche essere conosciuto e amato. Questa è la ragione fondamentale per cui Dio si è rivolto a noi, si è rivelato e si è fatto conoscere. Sembra davvero che la gioia più grande di Dio sia quella di essere conosciuto, apprezzato, lodato, ringraziato e amato dalla sua creatura.

… Se Dio ci cerca e desidera il nostro amore, allora per lui c’è un solo modo: chiedercelo. Così deve iniziare bussando alla nostra porta. … Ma non bussa a tutte le porte contemporaneamente. Non fa miracoli per convincere la gente una volta per tutte. Un miracolo lo farebbe ovviamente riconoscere da tutti e per sempre. Non è questa la strada che ha scelto. Senza libertà non troverebbe mai quello che cerca: un compagno con cui condividere e stringere un’alleanza. Quindi da qualche parte doveva iniziare, da qualche parte doveva bussare. Non ha iniziato con tutti i popoli, ha dovuto sceglierne uno. … Nel corso dei secoli uomini e donne hanno imparato a credere in Dio, a condividere con lui e a vivere nella sua alleanza.

Perché Dio vuole un popolo? … È desiderio di Dio poter disporre su questa terra di luoghi dove sia riconosciuto e amato. Dove possa condividere e vivere l’alleanza con quelli che lui stesso ha chiamato all’esistenza. Sono luoghi in cui … diventa un po’ visibile quello che Dio aveva in mente quando ci ha chiamato all’esistenza. È sua volontà che questi luoghi siano visibili, in modo che tutti possano sentire ciò che si dice e vedere ciò che accade al loro interno. … Cosa succede in questi luoghi? Sono innanzitutto luoghi dove si sente la sua voce ed egli è ascoltato. … Ecco che cosa cerca Dio in questi luoghi: vuole comunicare sé stesso, e quindi vuole parlare ed essere ascoltato. … È questo che Dio cerca: persone disponibili ad accoglierlo, sensibili alle sue intenzioni, attente a ciò che ha da dire. … Dio però non desidera solo essere ascoltato. … Desidera una risposta del cuore sincera e libera. … La preghiera è essenzialmente una risposta a chi ha cercato il contatto e per primo ha parlato. … Eppure, non rispondiamo all’amore solo con le parole. … Dio può sentirsi a casa solo nei luoghi dove ritrova qualcosa del proprio stile e viene data importanza a quello che gli sta a cuore. … Chi condivide con Dio la sua vita, diventa anche sempre più sensibile a ciò che tocca il cuore di Dio. … Ecco perché lo stile di vita di una comunità di fede deve conformarsi alla vita di Dio stesso. È un modo di vivere contraddistinto da dono e condivisione … dove ci si preoccupa degli altri e ci si prende cura dei poveri e dei bisognosi.

Quello che conta agli occhi di Dio è il mondo e non la Chiesa in sé. Nell’atto di elezione del suo popolo, Dio non abbandona il mondo. Credere questo significherebbe fraintendere seriamente il significato di questa elezione. … Se Dio chiama e raduna la sua Chiesa, se ne ha bisogno, non è solo per avere un luogo dove poter condividere e vivere un’alleanza, ma anche per farsi conoscere e ascoltare da chiunque, per dire che ama questo mondo e l’ha amato sino alla fine donandoci il suo unico Figlio.

… Oggi la ricerca di un rapporto corretto della Chiesa con il mondo esterno è una questione delicata. … La sua missione non è riconquistare uno status e una posizione che eravamo riusciti a mantenere più o meno intatti fino a un passato recente. Quello che Dio ci chiede è riservargli degli spazi dove possa, già adesso, abitare in mezzo a noi. Luoghi in tutto il mondo. Luoghi in cui possa fin da ora condividere la sua vita e vivere l’alleanza e dove possiamo provare il suo stesso amore per il mondo e l’umanità. … E’ questo il nostro modo di essere presenti nel mondo”.

(Jozef De Kesel, Cristiani in un mondo che non lo è più, Città del Vaticano 2024)

  • La voce proveniente dal cielo rivela Gesù come dono da accogliere e chiama Pietro, Giovanni e Giacomo ad ascoltarlo. “Dalla nube uscì una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». I tre discepoli sono chiamati non soltanto a riconoscere il loro Maestro come il Figlio di Dio ma anche ad esercitare nei suoi confronti la fatica dell’ascolto accogliendo la sua parola esigente. Solo con un esercizio paziente di ascolto è possibile mostrare di riconoscere, accogliere e amare chi si mostra “Altro” o incontriamo come “altri”. Riflette sulla non facile dinamica dell’ascolto reciproco fr. Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose e oggi guida spirituale di Casa della Madia, in provincia di Torino:

“Ascoltare, esercizio di uno dei sensi che ci accompagna fin dalla vita intrauterina, esercizio sempre in funzione, e per questo l’orecchio sta sempre aperto e non possiamo chiuderlo, come facciamo invece con gli altri orifizi del nostro corpo. È l’ascolto che ci rende capaci di parlare, è l’ascolto che ci permette di collocare l’altro e di renderlo vicino, anche se lontano, anche se invisibile, è l’ascolto che ci abilita al dialogo, alla relazione.

 L’impressione che ci viene dal nostro vivere quotidiano è sovente disperante: sembra che soprattutto oggi ci sia un rifiuto dell’ascolto direttamente proporzionale alla voglia, alla pretesa di parlare, di intervenire, di manifestarsi. A tutti i livelli. Dalla famiglia, dove risuonano spesso le parole: “Ascolta! Mi ascolti? Non mi ascolti mai!”, alla vita della società dove il primato è dato ai rumori, alle ossessive informazioni, alle tempeste di messaggi che ci raggiungono sonoramente anche sui social.

 Non c’è tempo per mettersi in ascolto, non c’è desiderio di ascoltare l’altro, e l’ascolto viene così rimosso da incombenti distrazioni e da impegni che ci chiedono di preferire l’essere attivi alla supposta passività dell’ascolto. Eppure, l’ascolto non è passività, richiede un certo silenzio, un’attenzione alla parola che ci è rivolta; bisogna impegnare la mente e il cuore per ascoltare veramente.

… Ascoltare è un’operazione sempre da imparare e rinnovare, ma, lo sappiamo tutti, è faticosa! Occorre essere realisti: a volte l’ascolto dell’altro non è interessante, addirittura è noioso. L’ascolto di chi è diverso ci destabilizza e ci inquieta, l’ascolto di chi ci è nemico ci mette ansia e magari ci ferisce. Eppure solo nell’ascolto noi accendiamo relazioni, sosteniamo storie d’amore, percorriamo cammini di tolleranza e di riconciliazione, perché l’ascolto ci decentra, l’altro che ascolto è da me incorporato, sicché l’altro in me diventa un bene che mi abita nell’intimo, più profondo in me di me stesso.

 Credo abbia un qualche significato il fatto che … nella chiesa cattolica si sia messa in movimento per la prima volta l’iniziativa detta “sinodale” di ascoltare tutti, sì, ascoltare anche quelli che fino a ieri dovevano solo ascoltare le gerarchie e mai far ascoltare la loro voce.

 Sarebbe una rivoluzione inedita quella dell’ascolto, ma è veramente urgente a tutti i livelli per una convivenza più umana e più bella.

(Enzo Bianchi, Ascoltami è una rivoluzione, Ottobre 2021)

Mi disorienta il fatto che “quello che conta per Dio è il mondo e non la Chiesa in sé”? Quanto siamo consapevoli della responsabilità affidata alla nostra comunità di essere un luogo nel mondo in cui Dio possa essere riconosciuto e amato? Cosa c’è che impedisce alla nostra comunità di offrire una prova concreta dell’amore di Dio per il mondo e per l’umanità? La gioia più grande per Dio e per ogni uomo è quella di essere riconosciuto, accolto e amato. E’ sufficiente l’ascolto perché l’altra persona possa essere riconosciuta, accolta e amata? Cosa favorisce e cosa potrebbe ostacolare un esercizio vero di ascolto?

Dal Messale Romano alla Seconda Domenica di Quaresima.

O Padre,
che hai fatto risplendere la tua gloria
sul volto del tuo Figlio in preghiera,
donaci un cuore docile alla sua parola
perché possiamo seguirlo sulla via della croce
ed essere trasfigurati a immagine del suo corpo glorioso.
Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo
per tutti i secoli dei secoli. Amen.

I Settimana di Quaresima 2025

Deserto, terra arida, senz’acqua, terra selvatica e inospitale, terra minacciosa e infeconda.

Deserto, terra che tu puoi visitare, Signore, perché vi sgorghino le sorgenti, perché vi scorra un fiume, perché diventi canneti e giuncaie.

Deserto, terra, che irrigata di Parola, trasforma
la sete di possedere in desiderio di spartire;
la smania di apparire in desiderio di promuovere gli altri;
la brama di dominare in desiderio di servire.

Deserto, terra in cui si approssimano i demoni,
ma terra che ci fa, al contempo, più liberi.

Deserto, terra fecondata dallo Spirito perché diventi ancora un giardino
in cui Dio passeggia alla brezza della sera con uomini che non lo temono
e gli uomini, pur essendo nudi, cioè fragili, non hanno paura gli uni degli altri.
Aiutaci, Signore, che abiti ogni deserto a trasformare i sogni e le visioni
in passaggi, progressivi ma inesorabili, verso la Pasqua.

Lc 4,1-13

  • In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordanoedera guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».

Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».

Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».

  • In questa prima Domenica di Quaresima ci è stato proposto un brano tratto da quella pagina in cui l’evangelista Luca racconta di Gesù che lascia la valle del Giordano, dove era stato con Giovanni il Battista, per tornare in Galilea dove avrebbe iniziato la sua attività di evangelizzazione. Per raggiungere il nord della Palestina, Gesù attraversa il deserto. L’evangelista Luca racconta che Gesù “era guidato dallo Spirito nel deserto” e che qui vi rimane per “quaranta giorni, tentato dal diavolo”. Gesù avrebbe potuto percorrere un’altra strada per tornare in Galilea. Ma lo Spirito lo spinge nel deserto dove lo attende un tempo lungo di prova. Un tempo che richiama gli anni trascorsi da Israele nel deserto prima di stabilirsi nella Terra Promessa. Gesù è provato dalla fame come lo furono gli israeliti. Quella nel deserto sembra essere una via necessaria. Quella nel deserto sembra essere una prova alla quale nessuno può sottrarsi. Come lo è stato per Israele e per Gesù così lo sarà anche per i suoi discepoli, per la Chiesa. C’è un tempo di prova che attende tutti. È lo Spirito che spinge ad entrare nel deserto e che permette la prova.
  • L’evangelista Luca racconta che Gesù rimane nel deserto per “quaranta giorni” e che in questo tempo viene messo alla prova dal diavolo che lo sfida. Lo spinge a sfamarsi potendo trasformare le pietre in pane. Lo spinge a piegarsi davanti a lui in adorazione per ricevere il potere “su tutti i regni della terra”. Lo spinge a gettarsi dal punto più alto di Gerusalemme per costringere Dio a dare una prova della sua lealtà. Luca conclude il suo racconto precisando che: “dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al tempo fissato”. Il diavolo si sarebbe di nuovo manifestato e lo avrebbe fatto nel momento dell’arresto e della condanna a morte di Gesù.
  • L’evangelista Luca racconta che, alla vigilia della festa di Pasqua, “Satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era uno dei Dodici”. Da quel momento Giuda si metterà a trattare la consegna di Gesù con chi voleva ucciderlo. E a conclusione di quella che sarebbe stata l’ultima cena pasquale, Gesù rivela a Simone quello che nessuno dei discepoli poteva pensare. “Satana -dice– vi ha cercati per vagliarvi come il grano”. Per Pietro è stata durissima la prova nel cortile del sommo sacerdote dove viene riconosciuto da chi aveva in custodia Gesù e dove è costretto a negare di essere suo discepolo.
  • Nel deserto non ci sarebbe entrato solo Gesù. Nella prova ci sarebbero stati anche i suoi discepoli. Quella nella prova sembra essere una condizione per tutti: sia per Gesù come anche per i suoi discepoli. La vita mette sempre alla prova! A nessuno è risparmiata questa esperienza! “La Chiesa non sfugge alla contingenza storica”. Non le è dato di sottrarsi a sfide anche dure come quella lanciata da un mondo radicalmente cambiato. Lo illustra bene il cardinale De Kesel, arcivescovo emerito di Bruxelles, in un recente saggio in cui analizza il fenomeno dell’irrilevanza del Cristianesimo nella società moderna:

“La Chiesa ha sempre conosciuto crisi e le ha sempre superate. … Il fatto che la Chiesa abbia vissuto altre crisi nel corso della sua storia non ridimensiona in nessun modo la crisi che stiamo attraversando oggi che è unica e finora inedita. È la prima volta che la Chiesa si trova di fronte a una simile sfida. Prima dell’avvento della Modernità, il diritto di una religione non veniva mai messo in discussione. … Oggi non è più così. … Non si esclude che la fede possa avere un senso per la vita di un gran numero di cittadini, ma non per la società in quanto tale, né per la vita pubblica. Ovviamente questo rappresenta una grande sfida per la Chiesa. … La situazione e le condizioni in cui la Chiesa può esercitare la sua missione non sono più quelle su cui ha potuto contare per tanti secoli. Deve rinunciare a questo passato e si sta dirigendo verso un futuro che le è in gran parte ignoto. Di qui la sensazione di incertezza. Eppure, nulla prova che la Chiesa si priva di qualsiasi possibilità di futuro.

… Nel corso della storia e fino ad oggi, tutti gli uomini hanno abitato e abitano la stessa terra, ma non allo stesso modo; da qui la presenza di una pluralità di culture, che dipende dalle scelte che gli esseri umani compiono per costruire il loro universo. … Prima di tutto c’è la distinzione tra ciò che è vero e ciò che è falso. … Non si può vivere nella menzogna. Lo stesso vale per la distinzione tra bene e male. Non si potrebbe vivere in un mondo moralmente indifferente. … È impossibile per l’uomo mantenersi in un mondo in cui non esistono limiti o divieti. La distinzione di ciò che è permesso e ciò che è proibito è costitutiva di ogni cultura. … Nelle culture religiose, la religione svolge un ruolo decisivo … ogni aspetto è condizionato dal pensiero religioso: ciò che si ritiene vero o falso, bene o male, ciò che è permesso o proibito. … La religione è il quadro di riferimento in cui si pensa e si agisce. È in questo senso che per secoli l’Occidente è stato culturalmente cristiano.

… Solo con la Modernità la società comincia ad allontanarsi dalla religione ed evolvere verso un modello in cui nessuna religione svolge più questo ruolo determinante. … La nascita della cultura moderna ha messo fine alla posizione di monopolio del Cristianesimo.

Quando è sorta la Modernità? Cosa ha dato origine a una cultura non più religiosa?

… Non che esista un legame diretto tra la Riforma Protestante e l’avvento della Modernità. Martin Lutero non voleva fondare una nuova Chiesa; non voleva una Chiesa accanto alla Chiesa esistente. Voleva la riforma della Chiesa. Il suo progetto, però, non è andato a buon fine e così in Occidente si è disintegrata l’unità del Cristianesimo e della Chiesa. Ed è questa rottura che, insieme ad altri fattori, ha reso possibile l’avvento della Modernità. Da quel momento, infatti, invece della Chiesa esistevano varie confessioni. Ormai Cristianesimo si diceva al plurale. Il singolo non era più semplicemente cristiano, ma cattolico, luterano, riformato. Pluralizzando il Cristianesimo, la Riforma lo ha di fatto relativizzato. Ogni parte continuava ad assolutizzare la propria confessione. Poteva ancora, una delle confessioni continuare ad avere lo status di religione culturale per l’intera società? Lunghe trattative e soprattutto lunghi anni di violenza e guerre ci hanno portato a rispondere negativamente a questa domanda.

… Ognuno ha il diritto di scegliere la confessione che desidera. Si è voltata pagina. I tempi sono davvero cambiati. E’ nata la Modernità. La libertà è al centro di questa nuova cultura. … Non si viveva più in una realtà dove l’unica opzione possibile era una delle diverse denominazioni cristiane. E quello che valeva per le diverse confessioni cristiane, poco per volta varrà anche per le diverse religioni. Si avvicinava il giorno in cui sarebbe stato inevitabile accettare la legittimità del pluralismo religioso. E, infine, dopo lunghe peripezie, anche la legittimità di non avere nessuna convinzione religiosa.

… Il Cristianesimo può sopravvivere e la Chiesa ha ancora un futuro in un mondo che non è più cristiano? … Nelle culture religiose, la fede è un’opzione della cultura e non una scelta personale. … Non è affatto così in una società moderna, in cui la fede cristiana non è più l’opzione della stessa cultura, ma l’opzione personale del cittadino che è libero di scegliere questa o quella fede, libero di credere o non credere. Per la modernità tutto dipende da questa libertà. La libertà, però, è altrettanto preziosa per la fede cristiana; non c’è fede senza libertà, almeno per quanto riguarda una fede degna di questo nome. La fede, infatti, è la libera risposta di un essere umano a Dio che si fa conoscere e desidera entrare in relazione con lui”.

(Jozef De Kesel, Cristiani in un mondo che non lo è più, Città del Vaticano 2024)

L’evangelista Luca racconta che nei quaranta giorni passati nel deserto, Gesù “non mangiò nullama quando furono terminati, ebbe fame”. Il diavolo spinge Gesù a sfamarsi trasformando la pietra del deserto in pane. Il diavolo sfida Gesù sapendo che, come Figlio di Dio, era nella condizione di usare dell’onnipotenza divina per soddisfare al suo bisogno. Se Gesù avesse trasformato la pietra in pane avrebbe rinunciato a ciò che aveva scelto venendo nel mondo. Con quel miracolo avrebbe rinunciato a spogliarsi degli attributi della sua divinità per essere radicalmente in tutto un uomo. Riconoscendo che “«Non di solo pane vivrà l’uomo»”, Gesù respinge il diavolo e mostra di voler condividere la vita degli uomini su questa terra. Come stare da cristiani nella Modernità? Interessante è la riflessione proposta dal monaco Goffredo Boselli ad introduzione di un suo contributo, pubblicato sulla Rivista del Clero Italiano, che ha come oggetto la liturgia cristiana:

Oggi, a più di cinquant’anni di distanza giungiamo a toccare con mano la verità e la portata profetica dell’affermazione contenuta nella costituzione conciliare Gaudium et spes: “Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anche lui più uomo” (n. 41). Sarà nella qualità umana della vita dei singoli credenti come dell’umanità vissuta all’interno delle comunità cristiane, e non da altro, che nei prossimi decenni si giocherà la credibilità e l’eloquenza del messaggio cristiano. L’umanesimo evangelico nella sua profonda complicità con l’umano autentico rappresenta il presente e soprattutto il futuro del cristianesimo nei paesi occidentali.

Così, la comprensione del cammino di fede sembra oggi orientarsi sempre più nella direzione che essere cristiano significa diventare pienamente uomo alla sequela di Gesù Cristo vero Dio e vero uomo. “Egli – dichiara l’autore della lettera ai Colossesi – è l’immagine del Dio invisibile” (1,15), non solo perché l’umanissima vita di Gesù ci svela il suo essere Figlio di Dio, ma perché è nella sua umanità profondamente umana che egli rende visibile l’invisibile Dio. La verità evangelica della figura di Cristo ci dice che ormai Dio senza l’uomo Gesù non solo è impensabile ma è per noi cristiani non-credibile, dal momento che nel cristianesimo non si dà confessione della verità di Dio senza l’umanità di Cristo, ciò che ha portato Pascal ad affermare: “Non è soltanto impossibile ma è inutile conoscere Dio senza Gesù Cristo”.

Sì, per i cristiani è inutile e del tutto vano conoscere Dio senza Gesù Cristo, perché Dio non lo conosciamo attraverso idee, teorie, dottrine e speculazioni ma attraverso l’umanissima vita di Gesù di Nazaret. … Certo, l’umanità straordinaria dei gesti e delle parole di Gesù, ma anche il suo modo di entrare in relazione con chiunque andava a lui, sani o malati, peccatori pubblici o pii praticanti. Il suo particolare modo di ascoltare le persone, di entrare in empatia con loro fino a provare compassione viscerale. La sua capacità di interpretare i loro desideri e di riconoscere la fede perfino nei pagani. Ma l’umanità di Gesù Cristo si rivela anche nello sdegno e nella collera di fonte ad azioni di ingiustizia, nel suo atteggiamento spesso critico e polemico verso scribi e farisei, nella sua postura tenace e salda davanti agli uomini di potere sia esso religioso o politico.

Ma è nel suo modo di vivere la passione e il suo modo di morire che ci è data la più alta rivelazione della qualità umana di Gesù. È nel suo accettare di essere un innocente condannato a morte, di restare pura vittima e non diventare a sua volta carnefice, e di assumere su di sé tutta l’inumanità di cui l’uomo è capace che Gesù rivela il suo essere da Dio. “Il centurione, che si trovava di fronte a lui, vistolo spirare in qual modo, disse: ‘Davvero quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39). Dio non si dà mai a conoscere così pienamente come nell’uomo della croce. Tutta l’umanità di Dio nell’umanità sfigurata del crocifisso. Quell’umanità che la resurrezione ha esaltato e glorificato è l’identità di Dio stesso. Se i cristiani, con l’apostolo Giovanni, professano nella fede che “Gesù Cristo è il vero Dio” (1Gv. 5,20), dovrebbero con altrettanta audacia confessare che il vero Dio è Gesù Cristo.

(Goffredo Boselli, Il senso umano della liturgia, Rivista del Clero Italiano, Aprile 2019)

Cosa ci preoccupa del momento storico che stiamo vivendo? Che cosa, invece, ci dà speranza? “Non c’è fede senza libertà”: ci convince questo principio maturato nel cambiamento culturale al quale stiamo assistendo? Possiamo serenamente dire di essere cristiani perché lo abbiamo scelto? In quale modo abbiamo scelto di esserlo? Personalmente e comunitariamente quanto riusciamo a mostrare un volto credibile del Cristianesimo?

Dal Messale Romano alla Prima Domenica di Quaresima.

O Dio, nostro Padre,
con la celebrazione di questa Quaresima,
segno sacramentale della nostra conversione,
concedi a noi tuoi fedeli
di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo
e di testimoniarlo con una degna condotta di vita.

Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,

e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,

per tutti i secoli dei secoli. Amen.

I Settimana di Avvento – 5 Dicembre 2024


Preghiera

Viviamo in tempi frenetici, ma forse è sempre stato così. Le ore non bastano mai, gli impegni si accavallano, coniugare famiglia e lavoro risulta sempre più difficile. Eppure, le cose importanti hanno bisogno di tempo, spesso si costruiscono pietra su pietra, crescono goccia su goccia e tu puoi solo aspettare che maturino, usando tutta la pazienza che hai.

«Non amo attendere nelle file.

Non amo attendere il mio turno.

Non amo attendere il treno.

Non amo attendere prima di giudicare.

Non amo attendere il momento opportuno.

Non amo attendere un giorno ancora.

Non amo attendere perché non ho tempo e non vivo che nell’istante.
D’altronde tu lo sai bene, tutto è fatto per evitarmi l’attesa:

gli abbonamenti ai mezzi di trasporto e i self-service,

le vendite a credito e i distributori automatici,

le foto a sviluppo istantaneo, i telex e i terminali dei computer,

la televisione e i radiogiornali.

Non ho bisogno di attendere le notizie: sono loro a precedermi.
Ma tu Dio tu hai scelto di farti attendere il tempo di tutto un Avvento.

Perché tu hai fatto dell’attesa lo spazio della conversione,

il faccia a faccia con ciò che è nascosto, l’usura che non si usura.

L’attesa, soltanto l’attesa, l’attesa dell’attesa, l’intimità con l’attesa che è in noi,

perché solo l’attesa desta l’attenzione e solo l’attenzione è capace di amare».

Preghiera Jean Debruyrnne (1925-2006) sacerdote francese morto in Libano, a lungo cappellano delle guide scout transalpine.

Vangelo

In quel tempo, Gesù disse:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

  • I versetti proposti come testo evangelico sono tratti da quella pagina nella quale l’evangelista Luca riporta le parole che Gesù ha rivolto ai discepoli che con lui stavano nel tempio di Gerusalemme. Rispondendo a chi faceva osservare la bellezza e l’imponenza del tempio, Gesù annuncia la sua distruzione. Questa sciagura sarebbe stato il segno che nulla in questo mondo sarebbe durato per sempre. Ci sarà un momento in cui cesserà questo tempo e si dissolverà questo mondo. Quel momento coinciderà con la venuta del Figlio dell’uomo;
  • Gesù recupera dalle pagine dell’Antico Testamento, nella predicazione dei profeti, un’immagine familiare a chi lo ascolta nel tempio. E rivela di essere lui quella figura di “uno simile a un figlio di uomo” che il profeta Daniele aveva visto venire con le nubi del cielo. Una figura alla quale: “furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto”. Un potere tale da permettere al “Figlio dell’uomo” di legare a sé il destino dell’intera umanità;
  • Gesù annuncia di essere lui il “Figlio dell’uomo” e che, mandato da Dio, sarebbe venuto di nuovo alla fine. Gesù chiede ai discepoli di stare preparati. “«Vegliate in ogni momento … perché abbiate la forza di comparire davanti al Figlio dell’uomo»”. I discepoli devono mostrarsi pronti per non lasciarsi sorprendere e travolgere da quanto sarebbe dovuto ancora accadere.
  • Annunciando la distruzione del tempio e la caduta di Gerusalemme, Gesù mostra la caducità dell’esistente. Nulla è destinato a rimanere per sempre. Ci accorgiamo di questo quando, ad esempio, guardiamo alla nostra esperienza di chiesa. Sembra ormai che stia definitivamente dissolvendosi il tessuto ecclesiale nel quale siamo cresciuti. Non ci sono preti sufficienti perché sia assegnato un parroco ad ogni parrocchia. Viene a mancare quello che è stato, per secoli, un collante importante. Una comunità che non è più coesa rischia di assottigliarsi fino anche a scomparire.
  • Gesù chiede ai suoi discepoli di “vegliare”. Così avrebbero dovuto affrontare ciò che sarebbe dovuto ancora accadere. L’invito di Gesù ci spinge a vivere l’attuale momento di crisi, che mette seriamente a rischio la tenuta di un sistema, non assumendo un atteggiamento di passività. Nella Pentecoste del 2023, il Vescovo Corrado così scriveva alla comunità diocesana invitandola a partecipare al lavoro di ridefinizione del suo modo di essere Chiesa:

“È nostro desiderio non subire le circostanze del presente, uscire dal lamento sterile, mettere mano al nostro modo di essere comunità, per un’esperienza più bella e più ricca di Chiesa. Vogliamo accettare senza rimpianti e nostalgie il tempo che Dio ci dona e orientarci con fiducia verso quella conversione pastorale in senso missionario, più volte evocata da Papa Francesco.

Sono sotto gli occhi di tutti le trasformazioni profonde nel vivere e nel sentire delle persone, che coinvolgono anche l’esperienza cristiana: il volto dei paesi e delle nostre città è già cambiato in questi ultimi decenni e cambierà ancora. Tutto questo diventa motivo per domandarci: come possiamo intercettare l’esistenza di tanti uomini e donne, soprattutto delle giovani generazioni? Come evitare il rischio di una pastorale di corto respiro, che non sia semplicemente funzionale alle strutture che abbiamo? Come far sì che il calo crescente delle vocazioni, e quindi dei sacerdoti, non renda il ministero sempre più frammentato ed esteriore? Come valorizzare meglio figure che condividono il loro servizio nelle nostre comunità, come i diaconi permanenti, le persone consacrate, i fedeli laici?

In questo orizzonte il ripensamento delle unità pastorali non sarà solo una questione di revisione dei confini parrocchiali, ma un’occasione provvidenziale per ridisegnare il modo di essere Chiesa oggi e per operare un discernimento pastorale ed ecclesiale, mettendoci in ascolto del vissuto e della storia delle nostre comunità, anche con le loro ferite e attese. Vorrei che fosse chiaro che il cammino che stiamo per avviare non è solo per rispondere a un’emergenza (il calo dei preti, la fatica di tenere attive le strutture, la diminuzione dei fedeli che partecipano alla messa e alla vita delle parrocchie), ma è la via per lasciarci interpellare dal Signore e per scoprire che possono nascere o riprendere respiro aspetti ed esperienze belle per ritrovare il gusto di essere davvero comunità cristiane nell’oggi”.

  • “«Vegliate in ogni momento pregando»”. Gesù chiede ai suoi discepoli di vegliare pregando. La preghiera sembra essere il primo e, forse, l’unico strumento utile ad allontanare la tentazione di subire passivamente le circostanze. Il Vangelo ci chiede di viverle assumendo l’atteggiamento dell’orante. Cosa fa chi prega? Egli sta di fronte alla persona a cui si rivolge. E ci sta riconoscendola come una persona affidabile a cui chiedere sapendo di riuscire ad essere esaudito. Una riflessione interessante sul tempo liturgico dell’Avvento è quella che ha proposto il monaco Goffredo Boselli sul sito della propria comunità:

“«Vegliate in ogni momento!», ci comanda il Signore. L’esatto contrario della vigilanza è la noncuranza. L’Avvento è il tempo dell’uomo e della donna che lottano contro lo spirito della noncuranza che si manifesta in tanti e diversi modi. Si manifesta come indifferenza e insensibilità verso le persone, come superficialità nei rapporti, disinteresse verso le situazioni e i momenti, inconsapevolezza del peso delle parole e dal valore del linguaggio, incuria degli oggetti, trascuratezza dei luoghi. La noncuranza prende la forma della dimenticanza, della mediocrità assunta a canone, della trascuratezza che a lungo andare amareggiano la vita propria e quelle altrui. La negligenza, le piccole e reiterate omissioni poco a poco erodono il desiderio fino ad annientarlo. La noncuranza è di chi ha uno smisurato amore per sé. Esistere solo per sé stessi porta a non vedere l’altro, non riconoscerlo per quello che è, condannarlo all’irrilevanza fino a toglierli la vita senza ucciderlo. Come credente, come posso attendere il Signore se non mi accorgo di chi mi vive accanto?

“State attenti a voi stessi”, ammonisce il Signore, ossia vegliate su voi stessi, “che i vostri cuori non si appesantiscano, in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita”. Il cuore appesantito, la dissipazione e l’ottundimento mentale sono forme di estraniazione dall’altro, di indifferenza, di noncuranza, di disinteresse di tutto e di tutti. Al contrario, vegliare significa opporsi tenacemente all’incuria esercitando il desiderio di vedere volti e ascoltare voci finanche di animali e di cose. Veglia e attende colui che non si stordisce alienandosi dalla realtà ma ha cura e interessamento per tutti e tutto. Aver cura significa riconoscere il valore di ogni singola persona e di ciascuna relazione. Vuol dire riservare grande attenzione alla singola parola, al gesto più semplice e quotidiano, parole e gesti che giorno dopo giorno fanno una vita. Veglia chi dichiara che nulla e nessuno gli è estraneo, e rinuncia a dire: “Non mi interessa”.

“Vegliate in ogni momento!”, ci comanda il Signore. Ma si può anche fingere di vegliare. Simulare la vigilanza è ipocrisia: all’esterno mostrarsi vigilante ma dentro dormire. L’esatto contrario della vigilanza è l’ipocrisia, la falsità, l’insincerità, la finzione e la doppiezza. Colui che veglia è l’opposto dell’ipocrita perché per vegliare occorre essere tutto lì dove si è, senza escludere nulla di sé. L’attitudine interiore della vigilanza domanda l’interezza e non la doppiezza. I comportamenti personali diventano comportamenti sociali e prendono il nome di conformismo, perbenismo, moralismo. Demandare ad altri è l’esatto contrario del vigilare. Non vigilare è delegare invece di assumere in prima persona la responsabilità, la scelta, l’onere. Per essere vigilanti è necessario essere liberi da sé stessi e dal giudizio degli altri. Infatti, l’opposto dell’ipocrisia è la libertà. “Il tuo volto Signore, io cerco, non nascondermi il tuo volto”, come si può pregare dicendo di cercare il volto del Signore quando ci si nasconde il proprio vero volto agli altri?

Per aiutare una risonanza

Cosa fare per evitare di scivolare nell’indifferenza, nell’incuria, nella trascuratezza? Come porre un argine alla mediocrità e all’ipocrisia? Quali attenzioni recuperare perché ciascuno sia riconosciuto e rispettato nella sua originalità? Quali occasioni o spazi si potrebbero creare per permettere a ciascuno di mostrare il proprio valore?

Preghiera

Dal Messale Romano al Lunedì della Prima Settimana di Avvento.

Il tuo aiuto, o Padre,
ci renda perseveranti nel bene
in attesa di Cristo tuo Figlio;
quando egli verrà e busserà alla porta,
ci trovi vigilanti nella preghiera,
operosi nella carità fraterna
ed esultanti nella lode.
Egli è Dio, e vive e regna con te e con lo Spirito Santo

per tutti i secoli dei secoli. Amen.