Preghiera
Padre misericordioso,
ho vagato lontano da Te, cercando felicità dove non potevo trovarla.
Ho creduto di poter bastare a me stesso, ma il cuore è rimasto vuoto.
Torno a Te, non con paura, ma con la certezza del tuo abbraccio.
Non sono degno del tuo amore, ma so che Tu non smetti mai di aspettarmi.
Lavami dalle mie colpe, rinnovami con la tua grazia.
Dammi la forza di rialzarmi, di camminare nella tua luce,
di essere segno del tuo perdono per i miei fratelli.
Padre, non guardare alla mia miseria,
ma alla tua infinita misericordia.
Accoglimi come tuo figlio, stringimi a Te,
fammi gustare la gioia di essere nella tua casa. Amen.
Vangelo
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci, ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
- L’evangelista Luca colloca la parabola che ci è stata proposta come testo evangelico in quella pagina dove racconta della contestazione mossa a Gesù da parte degli scribi e dei farisei. Questi personaggi non tolleravano alcune delle sue frequentazioni. “«Costui -dicevano- accoglie i peccatori e mangia con loro»”. Per giustificare il suo comportamento, Gesù racconta di un padre e della generosità che l’uomo mostra nei confronti dei suoi due figli. Egli, infatti, accoglie di nuovo in casa il figlio più giovane e ordina ai servi di preparare il necessario perché gli fosse restituita la dignità che aveva perduta. “«Portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, -comanda ai servi- mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi … mangiamo e facciamo festa»”. Egli, poi, cerca di vincere la resistenza del figlio più anziano, che non voleva partecipare alla festa per il fratello, rivelandogli la grandezza del suo cuore: “«Tu -gli dice- sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello … era perduto ed è stato ritrovato»”.
- Gesù racconta non soltanto la storia di un padre ma anche quella di due fratelli. Il più giovane decide di uscire di casa perché sentiva quell’ambiente troppo opprimente e il più anziano, invece, sceglie di rimanere alle dipendenze di un padrone invece che di un padre. “Il figlio più giovane, -racconta l’evangelista Luca– raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano”. La scelta di andare lontano mostra la volontà di questo ragazzo di slegarsi dall’ambiente nel quale era cresciuto. La vita da dissoluto, condotta lontano da casa, mostra la volontà di emanciparsi dai valori ricevuti nel proprio ambiente familiare. Egli rompe con un passato nel quale non si riconosceva più.
- Quotidianamente osserviamo un’assenza preoccupante in quella che è la nostra esperienza di chiesa. Mancano i giovani e, prima di loro, quegli adulti che sono per le nuove generazione il primo e il più importante riferimento. Aumenta il numero di coloro che si allontanano da quella che abbiamo sempre riconosciuto essere una casa per tutti. Quella casa in cui Dio ha scelto di abitare. Una casa dove Dio possa essere riconosciuto, accolto e amato. Come interpretare questa situazione? Le ragioni di questo allontanamento non stanno solo nel cambiamento avvenuto con l’avvento della Modernità. C’è stato un cambiamento culturale. Il cristianesimo non è più stato considerato la religione di tutti ma è diventato un’opzione tra le altre. Una possibilità lasciata alla libertà personale. A ciascuno è stata riconosciuta la possibilità di essere cristiano o di non esserlo preferendo altro. Accanto a un motivo culturale sembra essercene anche uno spirituale che è illustrato bene in quella riflessione che Nuowen, sacerdote e teologo olandese, propone commentando proprio la parabola del figliol prodigo.
“Il fatto è che, assai prima di rientrare in sé stesso e di tornare a casa, il figlio (più giovane) è partito. Ha detto al padre: “Dammi la parte del patrimonio che mi spetta”, poi ha messo insieme tutto ciò che ha ricevuto ed è partito. L’evangelista Luca racconta tutto con tanta semplicità e in modo così concreto che è difficile rendersi pienamente conto che ciò che qui sta avvenendo è un evento … in netta contraddizione con la tradizione più onorata del tempo.
La partenza del figlio è un atto molto più offensivo di quanto sembri ad una prima lettura. È un rifiuto crudele della casa in cui il figlio è nato e cresciuto e una rottura con la più preziosa tradizione attentamente mantenuta dalla comunità più ampia di cui fa parte. Quando Luca scrive: “e partì per un paese lontano”, vuol dire assai più del desiderio di un giovane di conoscere meglio il mondo. Parla di un drastico taglio rispetto al modo di vivere, pensare e agire che gli è stato trasmesso di generazione in generazione come un sacro retaggio. Più che di mancanza di rispetto si tratta di un tradimento dei valori gelosamente custoditi della famiglia e della comunità. Il “paese lontano” è il mondo in cui non viene tenuto in nessun conto tutto quello che a casa è considerato sacro.
Andarsene da casa è molto più di un evento storico legato al tempo e al luogo. È la negazione della realtà spirituale che appartengo a Dio in ogni parte del mio essere … che sono veramente scolpito nelle palme delle mani di Dio e nascosto alla loro ombra. Andarsene di casa significa ignorare la verità che Dio mi “ha formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra e tessuto nel seno di mia madre”. Andarsene di casa è partire come se ancora non avessi una casa e dovessi cercare per trovarne una.
Qui la domanda in questione è la seguente: “A chi appartengo? Appartengo al mondo o a Dio?”. … Molte delle mie preoccupazioni quotidiane fanno pensare che appartengo più al mondo che a Dio. … Il mondo, dice: “Sì, ti amo se sei bello, intelligente e ricco. Ti amo se sei istruito, hai un lavoro e le giuste conoscenze. Ti amo se produci molto, vendi molto e compri molto”. Ci sono infiniti “se” nascosti nell’amore del mondo. Questi “se” mi rendono schiavo, poiché è impossibile rispondere adeguatamente a ognuno di essi. L’amore del mondo è e sarà sempre soggetto a condizioni. Finché continuerò a cercare il mio vero Io nel mondo dell’amore condizionato, rimarrò irretito dal mondo -provando, fallendo e provando di nuovo. È un mondo che favorisce la dipendenza perché ciò che offre non può soddisfare il desiderio più profondo del mio cuore. “Dipendenza”: può essere questa la parola più adatta per spiegare lo smarrimento che permea così a fondo la società contemporanea. … La vita “dipendente” può essere giustamente definita come una vita vissuta in “un paese lontano”.
Rimango sempre stupito di come continuo a prendere i doni che Dio mi dà -la salute, l’intelligenza e le emozioni – usandoli per fare colpo sulla gente, ricevere approvazioni ed elogi e competere per dei premi, invece di svilupparli per la gloria di Dio. Sì, spesso li porto via in un “paese lontano” e li metto a servizio di un mondo privo di scrupoli che non conosce il loro vero valore. È quasi come volessi dimostrare a me stesso e al mio mondo che non ho bisogno di Dio, che posso costruirmi una vita tutta mia, che voglio essere del tutto indipendente. Sotto tutto questo c’è la grande ribellione … il “no” radicale all’amore del Padre. Il “no” del figliol prodigo riflette la ribellione originale di Adamo: il suo rifiuto del Dio nel cui amore siamo creati e dal cui amore siamo sostentati”.
(Henri J.M. Nuowen, L’abbraccio benedicente, Brescia 1994)
- “«Portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi»”. Così il padre si rivolge ai servi appena i suoi occhi tornano ad incrociare quelli del figlio più giovane. Quando lo scorge all’orizzonte, subito, gli corre incontro, -racconta l’evangelista Luca- lo abbraccia e lo bacia. Il figlio più giovane torna ad essere oggetto di attenzione. Esce da quella invisibilità nella quale era finito a causa dell’indifferenza di tanti. Tornare ad essere oggetto di attenzione restituisce dignità a questa persona. E il segno di questa dignità sono l’abito, l’anello e i sandali che il padre fa preparare per il figlio. Ritrovando un riferimento importante nel padre, questo ragazzo non avvertirà più come mortificante lo stare con lui. Oggi, la crisi più preoccupante è quella che viviamo con gli adulti. Non solo nella Chiesa ma anche nella società sono “come scomparsi”. Questo è il quadro descritto da Armando Matteo, sacerdote teologo e segretario del Dicastero per la Dottrina della Fede, in numerosi saggi in cui riflette sul futuro nella Chiesa e per la Chiesa.
“Viviamo un tempo in cui gli adulti amano più la giovinezza che i giovani. Ed in questo diventano, gli adulti, incapaci di quella esperienza di generazione, umana e religiosa, di cui pure sono gli attori principali. E, per questo, in quanto adulti, semplicemente ci mancano. Sono come scomparsi. …
Crescere è verbo di moto. Indica camminare, muoversi, dirigersi verso. Essere giovani si realizza nella misura in cui si individua un punto oltre lo stesso essere giovane che chiama, che attira. … Se la giovinezza è il lusso del tempo per decidere quale persona intendo essere, questo lusso di tempo ha il suo culmine in un bello da trovare. … La verità della giovinezza è da cima a fondo attraversata da questa domanda: qual è il bello cui voglio affidare/consacrare la mia energia? Qual è il bello cui posso sacrificare parte consistente delle mie potenzialità? … Purtroppo, detto fuori dai denti, gli adulti di oggi non sono un bello possibile per i giovani. Molti, troppi adulti non rappresentano mete felici del cammino del giovane. Che cosa, infatti, sono diventati gli adulti inseguendo il mito della giovinezza? … Gli adulti oggi sono semplicemente tristi. Non è senza prezzo, infatti, vivere continuamente “contromano”: la lotta contro la vecchiaia … è una lotta improponibile, che logora ed esaurisce ogni energia. Consuma dentro e l’anima perde ogni profondità.
Questo livello non sempre è percepibile in modo diretto, ma se fissiamo l’adulto per un momento, la cosa apparirà abbastanza chiaramente. E’ sempre di corsa, l’adulto odierno: agitato, nervoso, guida come un matto, al lavoro sempre teso, vorace nei guadagni, non si fa scrupolo davanti alla legge (evasione, inquinamento, malaffare), convive con la criminalità organizzata con una scioltezza che fa rabbrividire, usa cocaina come se fosse un dolcificante, non ha tabù sessuali ma ha continuo bisogno di eccitanti, sceglie rappresentanti politici dei quali è conveniente tacere, permette guadagni statali vendendo prodotti che uccidono (sigarette, alcol) sfrutta i più giovani sul lavoro e con i sistemi dei mutui, ha inventato il mobbing, vende prodotti bancari inquinati, ha inventato un sistema legale di scommesse, non nutre alcuna compassione per i più poveri del mondo. Veste in modo goffo, supercolorato, dai capelli alle scarpe, indossa jeans improponibili, ha sdoganato per i maschi colori da rabbrividire (rosa, lilla, arancione, giallo …) ha messo in giro una quantità enorme di tinte per i capelli, si rifà il naso, le labbra e il seno, e per andare al mare prima passa da un centro benessere per farsi una lampada.
Ha perciò ragione Umberto Galimberti, quando afferma che “gli adulti stanno male perché, anche se non se ne rendono conto, non vogliono diventare adulti. La categoria del giovanilismo li caratterizza a tal punto da abdicare alla loro funzione, che è poi quella di essere autorevoli e non amici dei figli. Gli amici, i figli li trovano da sé, e per giunta della loro età. Dai genitori vogliono esempi, e anche autorità, perché i giovani, anche se non lo dimostrano, sono affamati di autorità”.
Crescere è verbo … dell’intravedere. Noi siamo ciò che abbiamo visto, in quanto cresciamo decidendoci per ciò che è bello. L’orecchio è paziente, ma l’occhio non perdona. Ecco il guaio della nostra società: non sono più belli, autorevoli, capaci di far elevare, gli adulti. Un eminente pedagogista italiano, Carlo Nanni, ha provato a dar voce a molti giovani, quando si relazionano con i loro adulti di riferimento: “Come volete che vi crediamo se voi stessi ci comunicate con la vostra vita, con i vostri modi di fare, con i vostri modi di reagire che siete scontenti, nervosi, aggressivi, pieni di paure, che vedete tutto e sempre nero, che non riuscite a fidarvi veramente, perché siete chiusi in voi stessi o non avete fiducia in voi stessi, in noi, negli altri, nelle cose che succedono, nelle novità che sopravvengono, nelle tendenzialità che si prospettano? Quale cristianesimo è il vostro, se poi quasi contraddite con la vita quella fiducia e quella speranza che proclamate con la parola?”.
(Armando Matteo, L’adulto che ci manca, Assisi 2014)
Per aiutare una risonanza
Avverto anch’io l’assenza preoccupante degli adulti? Sono effettivamente “scomparsi”? Quali segnali rivelano quest’assenza nelle nostre comunità? Sono convinto della necessità che ogni realtà parrocchiale si distingua come una comunità di adulti? Con quali caratteristiche? Quale volto dovrebbero mostrare gli adulti approcciando i più giovani?
Preghiera
Dal Messale Romano alla quarta Settimana di Quaresima.
Guarda con bontà, o Signore, i tuoi fedeli
e proteggi con il tuo benevolo aiuto
coloro che confidano nella tua misericordia.
Per Cristo nostro Signore. Amen.